Strage di Gaza dove si muore solo da una parte. I media reverenti parlano di 'scontri'

Il campo che vede cadere decine di uomini, donne e bambini, è solo terra di Palestina, una maledetta prigione a cielo aperto

Al confine di Gaza Israele spara sui palestinesi

Al confine di Gaza Israele spara sui palestinesi

Onofrio Dispenza 15 maggio 2018

La tragedia di Gaza delle ultime ore promette oggi altri morti, altro sangue. Va detto, tutto versato da un lato. Per la cronaca, non perché una diversa distribuzione del sangue possa mai rendere più leggera o equa la tragedia. Una strage che in gran parte dei media, con prudenza e reverenza, si preferisce definire "scontri". Decine di morti, sessanta o quasi, migliaia di feriti, minori e bambini tra le vittime, una neonata uccisa dai gas sparati dalle sicure alture realizzate da Israele al confine; alture dalle quali sparano i militari israeliani, ben protetti e armati come in nessun altro esercito del mondo. Non scontri, strage con vittime certe e responsabili certi. Vittime solo da una parte. Gli scontri presuppongono uno scontro, appunto, che se è violento e fa vittime definisce un bilancio, tragico, che colpisce le due parti in campo; vittime - terribile dirlo - distribuite. Qui questo non accade. E il campo che vede cadere decine di uomini, donne e bambini, è terra di Palestina, una maledetta striscia di terra dove è difficile vivere, coi rubinetti dell'acqua stretti a singhiozzo, per far temere e vivere la sete, con la luce che al momento opportuno è staccata, coi pescatori che non possono andare più in là dove si può pescare qualcosa perché fermati e rimandati a terra. In Palestina non c'è lavoro e non c'è futuro, si vive di aiuti internazionali come in un grande campo profughi dove la terra misteriosamente diminuisce ogni giorno. Lì dove ieri era Palestina, oggi brutti insediamenti in  lande desolate da far fiorire. Con l'acqua. In Palestina oggi c'è solo da covare la rabbia fin quando riesci a trattenerla dentro. In Palestina si può solo andare su e giù in quella striscia di sabbia che non è lungomare ma disperato fazzoletto di sabbia. Dalle alture militari di Israele, lungo la linea di confine, l'esercito spara sulla Palestina, sui palestinesi, rimproverati da Israele di manifestare con donne e bambini. Come se donne e bambini non fossero vittime di una condizione disumana che spinge dall'indignazione alla rabbia, come se donne e bambini non soffrissero fame e sete, la drammatica incertezza del futuro, la mancanza di medicine e il tant'altro che pochi ricordano in queste ore. Nel rapporto tra l'immensità della strage di ieri e i media italiani, colpisce l'eterno provincialismo della bilancia dei nostri media nel pesare gli accadimenti del mondo, peraltro vicinissimo a noi, con conseguenze su di noi. Il piatto della bilancia dei nostri media è zavorrato dalla cattiva politica. Miopia, fiato corto ma anche utile fuga. Diciamolo, parlare di Israele, metterne in discussione le decisioni militari, è cosa scomoda per chi nell'informazione ha ruoli di responsabilità che vuole mantenere o lasciare per responsabilità più alte. E nelle redazioni, soprattutto del servizio pubblico, questo accade anche a livello non dirigenziale. E il tutto si tinge di comico e può capitare di imbatterti in uno scontro tra lillipuziani a chi è più filo israeliano dell'altro. Per portare questo all'incasso. Tragedia e miserie. 
Ieri sera, alla fine di una giornata di sangue, scorrendo le testate on line della stampa internazionale, da Mosca a New York, passando per le capitali europee e africane, facendo una virata per leggere quelle ad Oriente, la strage di Gaza dominava la prima pagina. Aprivi i giornali on line italiani e capeggiavano invece i lillipuziani della nostra tristissima pagina di Storia, tanto simile ad uno spartito di operetta. Non solo giornali on line. Così anche questa mattina, in un 15 maggio che promette sangue da mattanza. Ieri su un canale all news, tra i tanti titoli che scansavano la parola strage ho letto questo "Inaugurazione e sangue", dove la prima parola era dedicata all'apertura dell'ambasciata Usa a Gerusalemme, con tanti sorrisi, abbracci ( anche al discusso genero di Trump ) e pacche sulla spalla. E nel frattempo, i morti che cadevano sintetizzati in un generico "sangue". Generico e comodo. Si potrebbe parlare a lungo delle origini di tutto. Le letture sulle origini però inficiano l'oggi e compromettono la necessità di uscire da questa situazione. Certo, si deve anche dire che in Palestina c'è chi cinicamente considera un successo i tanti morti fatti dalle armi israeliane. Cinismo offerto su un piatto d'argento da Israele alle frange estreme ( e minoritarie )palestinesi che si alimentano di sacrifici. In attesa di contare i nuovi morti, di sentir parlare di  "nuovi scontri", una piccola testimonianza ascoltata questa mattina su Radio1, a Radioanch'io. Raccontava al telefono Yasser:" Sono palestinese, vivo da tanti anni in Italia e ho il passaporto italiano... Da undici anni non posso tornare in Palestina per vedere i miei genitori... In Palestina è stato distrutto l'aeroporto, e a Tel Aviv la polizia israeliana mi blocca e non mi consente di raggiungere il mio Paese...". Yasser è un cittadino italiano con passaporto italiano. E capita anche ai cittadini israeliani, con passaporto israeliano, ma di origine palestinese, che rientrano in famiglia, d'essere trattati da palestinesi. Per chiudere davvero, un plauso, ai coraggiosi fotografi delle grandi agenzie di stampa. I loro scatti non hanno bisogno di parole, raccontano più delle parole. E raccontano la verità, senza timidezze e incertezze.
Ha ragione Jean-Luc Godard  che nel presentare a Cannes il suo "Le livre d'image" ha detto:" Solo i frammenti hanno il marchio dell'autenticità"