Tunisia: i sogni infranti della 'rivoluzione dei gelsomini', la gente torna in strada a protestare e morire

Con la caduta di Ben Ali, il Paese poteva riscrivere il suo futuro, ma ha avuto la forza di farlo. Un'occasione persa che rischia di rigettare la Tunisia in mano agli integralismi

Grandi magazzini saccheggiati in Tunisia

Grandi magazzini saccheggiati in Tunisia

Diego Minuti 9 gennaio 2018

Sembra di rivedere le immagini di un vecchio film guardando a quanto sta accadendo in Tunisia dove la raffica di aumenti inseriti nella legge finanziaria per il 2018 sta scatenando proteste ovunque, che stanno toccando tutto il Paese, dai centri più ricchi alle periferie degradate, alle piccole città depauperate di lavoro e manodopera da anni di politiche economiche di cui oggi si paga il conto. Proteste che hanno già fatto un morto, con il solito corollario di sassaiole, granate lacrimogene, blocchi stradali, saccheggi.
La Tunisia negli ultimi sette anni ha mutato sensibilmente il suo profilo che il dittatore Ben Alì aveva forgiato sulla sua visione dello Stato che doveva essere immanente, ma, al tempo stesso, dare risposte a tutti, meglio se positive.
L'iconografia pone,  come inizio della rivolta che culminò con l'ignominiosa fuga di Ben Ali, il suicidio di un ambulante di Sidi Bouzid, Mohammed Bouazizi, che si diede fuoco dopo il sequestro della sua povera mercanzia da parte di alcuni agenti di polizia locale. Un gesto disperato ed eclatante, frutto però di una rabbia personale e non certo dalla volontà di ribellarsi alla macchina oppressiva del regime. Per farla breve, Bouazizi si diede fuoco per protestare contro un evento che lo toccava come persona. Ma l'eco immediata che ebbe il suo gesto fu il detonatore contro lo Stato, che non riusciva più a stare dietro alle sue promesse. Come quelle legate al lavoro, una sorta di boomerang per Ben Ali che aveva fortemente voluto i programmi di alta scolarizzazione e che si ritrovò con decine di migliaia di diplomati e laureati che scesero in strada pretendendo una occupazione.
La sbornia post-rivoluzione è evaporata presto e le conseguenze di un processo di democratizzazione accelerata e priva di basi concrete si vedono ora, con una Tunisia che ritiene di avere pagato troppo sull'altare delle riforme e che ora si ritrova con i problemi di un Paese normale, ma non avendo gli strumenti per contrastarli e risolverli.
Quanto sta accadendo in questi giorni, in queste ore in Tunisia ricorda moltissimo quel che successe tra la fine del 2010 e i primi mesi del 2011, quando le proteste da spontanee sembrarono organizzarsi col passare dei giorni, quasi che i manifestanti, consapevoli di avere a portata di mano la testa del dittatore, ebbero la freddezza di non cedere alla follia della piazza, per razionalizzare le loro mosse, con un caos paradossalemnte razionale.
Certo gli scenari sono diversi, perchè oggi nessuno conisdera lo Stato come un nemico, ma sono in molti a considerrlo indeguato rispetto alle esigenze primarie di una popolazione che troppo soffriva ''prima'' e tanto continua a soffrire ora.
La democrazia non è sicuramente in pericolo, ma l'attuale classe dirigente deve prendere consapevolezza che al popolo non si può più chiedere di assistere e di non partecipare. I partiti che si sono alternati alla guida della Tunisia hanno fallito tutti, nessun escluso, perché non hanno saputo cogliere l'occasione data loro dalla Storia, avendo davanti una tavoletta di cera intatta su cui potere scrivere un futuro migliore. Invece tra lotte più o meno leali si è dilaniato il tessuto di solidariertà ed uguaglianza che la democrazia impone. E le conseguenze sono oggi davanti agli occhi di tutti; della 'rivoluzione dei gelsomini' s'è perso anche il profumo.

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