La festa mesta dell'ispanismo tra orgoglio, rifiuto e politically correct

Da Colombo (demolito) alla questione catalana: la disgregazione dei crismi d un popolo che ha subito colonizzazioni, conquistatori e oggi, si è stufato di farsi dare lezioni. Ma è diviso

Madrid, il Palazzo Reale

Madrid, il Palazzo Reale

Enzo Verrengia 12 ottobre 2017

Si allarga la demolizione di Cristofoto Colombo in effigie e ad memoriam. Dopo la cancellazione del Combus Day a Los Angeles e la decapitazione a New York del busto dedicato al navigatore genovese, gli si rivolta contro la comunità ispanica distribuita sulle due rive dell’Atlantico. Hanno cominciato i peruviani dal 2009, proclamando il 12 ottobre Día de los Pueblos Originarios y del Diálogo Intercultural. Segue l’Equador, dove la fatidica data diviene nel 2011 Día de la Interculturalidad y la Plurinacionalidad. Venzuela e Nicaragua optano per il Día de la Resistencia Indigena, l’Argentina istituisce il Día del Respeto a la Diversidad Cultural. Rivendicazioni incontrovertibili di un continente che ha subito dapprima la colonizzazione dei conquistadores e poi l’incombere dei Norteamericanos statunitensi. Perché la cancellazione del sintetico Columbus Day a favore di lunghe e un po’ retoriche formule di politicamente corretto esprime il bisogno di riappropriazione di se stessi per popoli troppo a lungo oppressi e neanche del tutto liberi oggi che hanno partorito da se stessi nuovi totalitarismi.
Intanto, però, entra in campo la Spagna, matrice vera del grande esodo dall’Europa al Nuovo Mondo, dato che anche Colombo ebbe dalla corona di Madrid i soldi per il suo ormai controverso viaggio. Dal 1987 il 12 ottobre è la Fiesta Nacional de la Hispanidad. Quest’anno, però, la celebrazione coincide con il “caso” della Catalogna. Come si concilia la ribadita esaltazione di una koiné antropologica prima che linguistica con l’assetto unitario di uno Stato indisponibile al riconoscimento di un’autonomia regionale? E, soprattutto, in che modo i catalani configurano il loro futuro, eventuale, separatismo rispetto alla hispanidad?
Ancora una volta, la partita si gioca sul piano del costume, ben oltre l’apparenza e l’immediatezza delle questioni (geo)politiche. La Catalogna, nello specifico, disponeva da tempo di un’autonomia enormemente più ampia di quella, per esempio, delle regioni italiane a statuto speciale. Tanto da aver influito perfino sulla scena cinematografica con produzioni eccellenti, fra le quali si può ricordare la deliziosa commedia sentimentale Boom Boom, diretta nel 1990 da Rosa Vergés, nativa di Barcellona. Le aspettative attuali della Generalitat quindi sanno più di contenzioso economico che di piccola patria, e questo non viene nascosto né dagli osservatori internazionali né dai diretti interessati, ai vertici della possibile neo-nazione.
Ciò assodato, quindi, bisogna tornare al vero nocciolo dello scenario, che parte dal revisionismo storico su Colombo e arriva all’indipendenza con pochi sì e molti ma enunciata da Puigedemont e rigettata da Rajoy: lo scontro titanico delle diversità quasi senpre avverse nell’epoca del politicamente corretto.
Questa espressione designa l’encomiabile finalità di non urtare certe sensibilità, moderando il linguaggio ed eliminando parole e specialmente concetti che nel corso del tempo hanno acquisito un valore denigratorio. Il suo uso iniziale risale agli anni ’30. Tra le file della sinistra americana sorse una scuola di pensiero che sosteneva la necessità di cominciare la lotta per una società ugualitaria già depurando l’uso cattivo del lessico. Fu però alla fine degli anni ’80 che presso la Michigan University di Ann Arbor acquisì consistenza un impulso al multiculturalismo e alla tolleranza reciproca dal quale sorse un nuovo vocabolario. Fra gli esempi oggi più ricorrenti, african-american al posto di black, niggers e negro, gay per omosessuale, non-vedente per cieco, ecc. Agli studenti venne imposto uno speech code, la condotta verbale, volta a limitare gli appellativi razzisti, che prima circolavano con troppa e incontrollata disinvoltura. La sua violazione influenzava negativamente la carriera accademica.
Il politicamente corretto divenne subito un fenomeno di costume. Fra i suoi più salaci analisti, l’australiano naturalizzato newyorkese Robert Hughes, che nel 1994 pubblicò La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto. In questo saggio memorabile, l’autore segnalava gli eccessi di un intento partito con buone intenzioni e finito nel paradosso. Quando non nella controcensura. Hughes, critico d’arte per il settimanale “Time”, si soffermava in particolare sulla parzialità di valutazione di quadri, sculture e installazioni a partire dall’appartenenza etnica di chi le realizzava. Il vantaggio andava sempre ad afro-americani, ispanici e a chiunque non fosse WASP, white anglo-saxon protestant, bianco anglo-sassone protestante. I libri di Storia subivano una riscrittura completa a favore dei nativi, gli indiani, che di certo avevano subito la pressione dei coloni venuti dall’Europa, ma non mancavano di pecche interne ai loro conflitti tribali. Di recente l’inglese David Abbott ha riproposto tali argomentazioni in un libro molto controverso, Dark Albion, dove giunge a parlare di razzismo verso i bianchi nel nome del politicamente corretto.
Dal linguaggio, infatti, il processo si trasferisce ai comportamenti sociali, con picchi che impensieriscono. “Rhodes Must Fall”, Rhodes deve cadere, è il nome di un movimento studentesco di Oxford che dal 5 marzo 2015 propugna l’abbattimento della statua a Cecil Rhodes, uno dei maggiori benefattori della celebre università britannica, ritenuto un simbolo dell’oppressione coloniale in Africa.
Trigger Warning, avviso di pericolo, è un volume di Mick Hume, inedito in Italia, il cui sottotitolo spiega tutto: «La paura di risultare offensivi sta uccidendo la libertà di parola?» Viene in mente il futuro paventato da George Orwell nel romanzo 1984, al contrario. Lì la polizia del pensiero e il totalitarismo del Grande Fratello sopprimono l’universo del vocabolario per impedirne il potenziale liberatorio. Qui accade l’opposto: le affermazioni dirette che risultano lesive vengono dilatate in eufemismi che possono raggiungere il ridicolo.
Qualche anno fa Antonio Di Bella ne compilò un elenco in appendice al suo simpatico pamphlet Le giacche blu stanno facendo a pezzi i blue jeans. Si riferiva all’America di Bill Clinton, dove prendeva piede il perbenismo liberal. Torna d’attualità con lo scontro fra Donald Trump e l’impero mediatico che complotta per il suo impeachment in accordo con la finanza globalizzante e globalizzata. Alcune delle locuzioni hanno acquisito un valore di tragedia. Prima fra tutte, “danni collaterali”, per indicare le perdite di civili innocenti nelle “guerre per la pace”. Scrive nella prefazione Furio Colombo: «Blocchi di parole passano intatte dalla conversazione comune alla lingua colta, dal supermercato all’università…» E in questa traslazione, il politicamente corretto cresce su se stesso, fino a dettare nuove modalità di interscambio, dove le sensibilità reciproche si accrescono e diviene complicato distinguere l’insulto dall’innocente facezia.
Allora, esibire la hispanidad invece dei tributi a Colombo e invocare una Barcellona capitale divorziata da Madrid hanno la valenza di sintomi preoccupanti. Capovolgendo Flaiano, la situazione non è grave, ma seria.