Maduro e Trump, il caudillo e il cow-boy: la guerra sotto traccia a spese dei venezuelani

Il segretario di Stato americano, Tillerson: "O Maduro se ne va o saremo noi a riportare i procedimenti governativi alla loro costituzione"

Gli Usa e la minaccia di Tillerson: pronti a destituire Maduro

Gli Usa e la minaccia di Tillerson: pronti a destituire Maduro

Stefania De Michele 2 agosto 2017

Cambiare tutto per non cambiare niente, avrebbe scritto Tomasi di Lampedusa, che scriveva di potentati autoctoni. Vale anche oltre Oceano, dove i protagonisti sono altri, ma la storia è sempre la stessa. E allora, adesso - come nel passato recente, quando ancora Donald Trump era un presidente in nuce - gli Stati Uniti entrano a gamba tesa nella politica controversa del Venezuela di Maduro.


Spetta al segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, garantire il sequel alla storia, con una minaccia che ha il sapore del golpe: "O il leader venezuelano Nicolas Maduro se ne va di sua spontanea volontà oppure noi possiamo riportare i procedimenti governativi alla loro costituzione", ha detto ieri durante un incontro stampa dichiarandosi "molto preoccupato" dei recenti sviluppi nel Paese sudamericano.


Cosa cambia, oltre ai protagonisti (Maduro al posto di Chavez e Trump al posto di Obama)? Intanto, la protervia del caudillo venezuelano, pronto a piegare prima e spezzare poi l'opposizione nel Paese; e poi, l'arroganza di Washington che palesemente richiama il colpo di Stato eterodiretto.


Anche i Paesi dell'Ue stanno valutando "misure diplomatiche" per la crisi in Venezuela. La Spagna ha chiesto di vietare i visti alle persone legate al governo del presidente Nicolas Maduro. "Posso confermare che si sta discutendo su tutta una serie di azioni, e anche su misure diplomatiche", ha dichiarato la portavoce comunitaria Catherine Ray, durante una conferenza stampa della Commissione Ue. Per quanto riguarda la possibilità di sanzioni, "c'è tutta una gamma di possibilità in fase di discussione", ha aggiunto precisando che "i ministri hanno ovviamente il diritto di proporre qualsiasi questione".


A cambiare gli equilibri è però il braccio di ferro nel continente americano in cui i motivi di contrasto tra Usa e Venezuela sono oramai di natura strutturale.


Come una spina nel fianco per gli Stati Uniti la politica petrolifera, avviata da Chavez, che intendeva riprendere il controllo attraverso il rialzo del prezzo del greggio per contrastare il predominio statunitense, l'incremento delle entrate dello Stato e l'utilizzo di tali surplus per favorire lo sviluppo economico del Paese. Una strategia che entrò in collisione con gli interessi americani sulla sicurezza degli approvvigionamenti energetici, in considerazione del fatto che il Venezuela fornisce più del 13% delle importazioni petrolifere negli Usa.


A far crescere le frizioni le relazioni mai provate ufficialmente intrattenute dal governo di Caracas con le Farc e l’Eln. Con un obiettivo: ricreare l’ideale di Bolìvar della Grande Colombia, la nazione formata da Venezuela, Colombia e Ecuador, da cui iniziare a far partire il processo di integrazione dell’intero continente (dal 64 gli Usa sostenevano la lotta contro la guerriglia comunista con mezzi e risorse finanziarie secondo la logica della guerra fredda. Poi la lotta venne prima inserita nell’ambito della lotta al narcotraffico, poi con l’attacco alle torri gemelle e l’avvento di Uribe venne inserita nella lotta al terrorismo).


Oggi Tillerson quasi non si nasconde più. Suonava meglio, nella forma, Obama quando nel 2005 diceva su Chavez: «Noi stiamo al fianco dei cittadini il cui esercizio della piena democrazia sia in pericolo, come nel caso dei venezuelani». Corsi e ricorsi.