Seconde generazioni, il dibattito sullo ius soli aumenta le discriminazioni

Secondo i primi dati 2017 dell’Unar crescono gli insulti verso i cosiddetti nuovi italiani, anche in conseguenza all’accesa polemica sulla riforma della legge sulla cittadinanza.

Ius soli- immagine d'archivio

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Aumentano gli insulti e le discriminazioni nei confronti dei ragazzi di seconda generazione. Una conseguenza anche del dibattito accesso che da settimane si è accesso intorno alla legge di riforma della cittadinanza e al principio dello ius soli. Lo dicono le prime proiezioni dei dati 2017 dell’Unar, l’ufficio antidiscriminazioni razziali del Dipartimento Pari opportunità.


“Fino al primo giugno 2017 abbiamo registrato più di 900 casi pertinenti solo nell’ambito etnico razziale – spiega Mauro Valeri, funzionario Unar ed esperto di immigrazione -. La media è più alta dello scorso anno. Complessivamente, infatti sono arrivate 1070 segnalazioni pertinenti, nell’80 per cento dei casi si tratta di discriminazione di carattere razziale”. In particolare, spiega Valeri, il dibattito sullo ius soli ha fatto aumentare gli insulti nei confronti dei cosiddetti “nuovi italiani”, soprattutto sui social network.“Per ora dati certi non ci sono, ma ci stiamo concentrando molto su questo tema perché abbiamo notato una tendenza in aumento – sottolinea - le persone definiscono in maniera negativa i ragazzi di seconda generazione. C’è una percezione negativa nei loro confronti, molto spesso vengono etichettati come terroristi. Un atteggiamento che non si basa su dati reali, ma appunto su una percezione distorta”.  


Negli ultimi anni la percentuale dei casi di discriminazione nei confronti degli italiani di pelle scura è stata sempre più o meno pari a circa il 30 per cento di tutte le denunce: un caso su tre. Si va dalle discriminazioni sui luoghi di lavoro, da parte dei colleghi e dei datori di lavoro alla cosiddetta profilazione etnico razziale negli episodi in cui le forze dell’ordine fermano i ragazzi neri solo in base all’aspetto e non ai comportamenti tenuti. “La percentuale di questi casi si aggira intorno al 28 per cento e rimane stabile da anni anche a fronte di un aumento delle denunce – continua Valeri -. Spesso si tratta di curriculum non presi i n considerazione se il candidato con cittadinanza italiana ha un cognome straniero. Ma anche casi più pesanti: abbiamo seguito la vicenda di un ragazzo di pelle nera che faceva l’addetto alla sicurezza in un negozio e a cui una collega spruzzava deodorante perché diceva che essendo nero emanava un cattivo odore”. E poi ci sono i casi relativi ai fermi da parte delle forze dell’ordine: “ormai su questo tema abbiamo un’ottima collaborazione col ministero dell’Interno – continua - da 5 anni andiamo in tutte le tredici scuole di formazione degli allievi di polizia e spieghiamo di evitare la profilazione razziale”.


In tutto, nel 2016 l’Unar ha aperto 2939 istruttorie di cui 2652 sono risultate pertinenti. Il 69 per cento ha riguardato fatti discriminatori per motivi etnico-razzialidi cui, per il 17 per cento, si tratta di eventi riguardanti la comunità Rom, Sinti e Caminanti. In 227 casi la persona è stata discriminata in quanto straniera, in 199 casi in quanto profugo o richiedente asilo e in 158 casi per il colore della pelle. Il 9 per cento di discriminazioni sono per motivi religiosi o per convinzioni personali. Nel 16 per cento dei casi si è trattato di comportamenti discriminatori legati alla disabilità, il 9 per cento quelli legate all'orientamento sessuale e all'identità di genere e per il 5 per cento all’età.


L’Unar, attivo da alcuni anni nel contrasto ai discorso d’odio on line, il cosiddetto hate speech, attraverso il proprio Osservatorio Nazionale, ha ampliato dal 2016 le attività di monitoraggio già presenti sui media tradizionali, ponendosi l’obiettivo di ricercare, monitorare ed analizzare quotidianamente i contenuti potenzialmente discriminatori provenienti dai principali social network Sono circa 2.100.000 i contenuti potenzialmente discriminatori che ogni anno vengono rilevati.


“In linea generale – spiega l’Unar in una nota stampa - in assenza di una definizione univoca di hate speech a livello nazionale ed internazionale ed in considerazione della attuale normativa, l’Osservatorio valuta e seleziona stabilendo di segnalare all’autorità giudiziaria quelli che palesemente incitano alla violenza richiedendone, contestualmente, la rimozione ai social network o all’amministratore del sito che ospita il contenuto discriminatorio. Il resto dei contenuti potenzialmente discriminatori vengono catalogati nei report mensili dell’Osservatorio per consentire una lettura complessiva del fenomeno dell’hate speech online”. (ec)