"Anatomia di un naufragio": l’identificazione dei corpi per capire il dramma dei migranti

A Palermo la mostra fotografica di Max Hirzel. “Da un lato del Mediterraneo le persone lavorano per restituire un nome a un corpo; dall'altro, le famiglie dei dispersi senza quel corpo"

Foto: Max Hirzel

Foto: Max Hirzel

 "Anatomia di un naufragio" di "Corpi migranti" è un modo per conoscere e riflettere su cosa si nasconde dietro la quotidianità delle tragedie dei migranti, ancora in atto purtroppo nel Mediterraneo, grazie agli interventi di chi ne è professionalmente coinvolto. Già dall’inizio del 2018, almeno 442 persone sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Tanti loro corpi senza vita sono stati portati in Sicilia: da Pozzallo a Catania, da Messina a Palermo. In ogni porto medici legali, magistrati, ricercatori, volontari li hanno accolti e continuano ad impegnarsi per ricostruire l’accaduto, catalogare oggetti e identificare corpi.
La mostra è una sintesi fotografica, frutto di un lavoro di raccolta che è durato due anni; è stata inaugurata sabato scorso a Palermo e durerà un mese presso lo spazio Stato Brado gestito dalle associazioni Maghweb e Hryo. L'esposizione in collaborazione con Minimum è visitabile dalle 17.30 alle 19.30 ad ingresso libero. La mostra, dopo essere già stata presso la Caritas di Ragusa, dopo Palermo si pensa di allestirla presto anche a Roma e Venezia.


"Con questi 33 scatti - dice il fotografo - ho cercato di trattare il tema dell'immigrazione da una prospettiva poco conosciuta che evoca però tutto il dramma di chi nel tentativo di arrivare in Italia è morto e poi è stato seppellito, a volte anche senza nome, in un cimitero. I corpi sono sparsi in tutta la Sicilia in cimiteri piccoli e grandi, vicini alle coste e nell'entroterra. A volte sul cemento fresco è incisa una scritta, 'sconosciuto numero 25' o addirittura 'africana' - dice il fotoreporter Max Hirzel -. Un corpo, una persona. Un numero al posto del nome. Può sembrare incuria, invece rappresenta la difficoltà a gestire questa situazione anomala. Nonostante tutto, la Sicilia dimostra grande capacità di compassione, non sempre con le prassi ma di sicuro con le persone, e a suo modo ha fatto proprio il lutto che non può essere celebrato dalle famiglie di tutti i migranti perché mancano troppi nomi". "Con queste fotografie mi sono avvicinato al dramma e all'essenza dell'identificazione dei corpi - continua il foto-giornalista -. Da un lato del Mediterraneo, le persone lavorano per restituire un nome a un corpo; dall'altro, le famiglie dei dispersi senza quel corpo non possono celebrare il lutto e rimangono in attesa di sapere. Gli uni sanno poco degli altri, l'incontro tra queste due parti è il cerchio che solo a volte si chiude". 



Il 18 aprile 2015 ha luogo l'ennesimo naufragio nel Mediterraneo, il peggiore. Più di 700 morti e solo 28 sopravvissuti. Il governo italiano compie una scelta inedita: un anno dopo il naufragio recupera dal fondo del mare, a 370 metri di profondità, il cosiddetto "barcone degli innocenti" che viene trasportato alla base Nato di Melilli.
In alcuni suoi scatti, Max Hirzel documenta una parte di questo enorme lavoro senza precedenti: tra giugno e novembre di quell'anno, infatti, in due tende tecniche predisposte in un hangar della base, vengono esaminati 450 corpi e relativi effetti personali, i dati post mortem vengono trasferiti al Labanof, il laboratorio di antropologia forense dell'Università di Milano. Lo staff del Policlinico di Palermo si distingue per l' impegno e la competenza di giovani anatomo-patologi che si trovano ad esaminare troppi corpi di coetanei, così come gli addetti delle pompe funebri devono assemblare troppe bare per depositarvi troppi corpi. "Ho seguito il lavoro dell'equipe di Palermo e di Milano - racconta ancora il fotoreporter -, fotografando anche alcuni reperti molto forti e significativi trovati accanto i corpi come i sacchettini contenenti parte della terra del loro Paese. Il mio lavoro vuole essere principalmente di tipo documentaristico. Ho avuto modo anche di parlare agli studenti di alcune scuole del nord perché è un modo anche per indurre ad una ulteriore riflessione su un dramma a cui non ci si potrà mai abituare".


"Sono stato in Senegal dove ho conosciuto amici e familiari di uno dei giovani, presumibilmente, morto in quella tragedia. Le famiglie vivono in maniera molto forte il dramma di non sapere se il loro fratello, figlio o marito sia morto o vivo. Bisogna avere prove per accettare la morte e per poter elaborare il lutto devono avere un corpo". Secondo il racconto di un amico sopravvissuto, il giovane Mamadou era con lui su quel barcone il 18 aprile 2015. In due anni di un’attesa forse infinita, i familiari hanno visitato decine di marabut alla ricerca di verità. Awa, la giovane moglie, poco dopo la partenza del marito partorì un bimbo, Mamadou anche lui. I fratelli si sono riuniti in consiglio per dichiararla libera di risposarsi, lei però non vuole perché ancora 'ufficialmente' non sa".


Max Hirzel, dopo la collaborazione con l'agenzia Emblema di Milano, dal 2013 è membro dell'agenzia francese Haytham Pictures, distribuita da REA. Ha di recente collaborato con Polka Magazine, Der Spiegel, Il Venerdì di Repubblica, Internazionale, Sportweek, La Croix, Pèlerin, BBC on line. Il lavoro di lungo corso “Corpi migranti” è stato selezionato per la proiezione al festival Visa pour l'Image di Perpignan 2017. (set)