Report rilancia: l'aspartame è a rischio cancro

Il dolcificante chimico non solo non farebbe dimagrire, ma provocherebbe malattie. L'Autorità europea per la sicurezza alimentare dovrà esprimersi.

redazione 30 aprile 2012
[b]di Giorgia Nardelli[/b]


L'aspartame, il dolcificante sospetto, è tornato sotto accusa nella puntata di Report di ieri sera (Rai3).
La trasmissione della Gabanelli rifà la storia dell'edulcorante artificiale, scoperto per caso nel 1965, presentato al mercato come "perfetto", quindi inserito nei prodotti dietetici e consigliati ai diabetici, e finito col tempo anche nei cibi "comuni" come caramelle, farmaci, prodotti per bambini.
Entro settembre l'Efsa, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare, dovrà esprimersi ancora una volta sulla sicurezza di questa sostanza.


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Alleato della dieta? Non proprio[/b]

Nel frattempo, basti sapere che secondo alcune ricerche l'edulcorante più amato dall'industria alimentare non è nemmeno un alleato della dieta. Uno studio degli scienziati dell'Istituto di ricerca sul cancro Ramazzini di Bologna (che nel 2005 ne rilanciò la pericolosità), dimostrò che i topi alimentati con la sostanza, prendevano peso anziché perderlo. E questo "difetto" dell'aspartame è ben noto aglòi scienziati che negli anni lo hanno studiato.


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Non solo una questione di chili[/b]

Non si tratta però solo di questo. Circa un anno fa, un nuovo studio del solito Ramazzini rilanciava con prepotenza la tesi (più volte contestata dalle autorità alimentari) della pericolosità dell'edulcorante. Ecco l'articolo del Salvagente.it che ne parlava.


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Cancerogeno. [/b]
I nuovi studi dell’Istituto di ricerca Ramazzini, confermano la tesi già più volte presentata ma mai presa sul serio dalle autorità europee. Ma dall’istituto bolognese non si rassegnano, tutt’altro. Proprio qualche giorno fa hanno presentato una terza ricerca che dimostrerebbe come l’aspartame, l’edulcorante artificiale più usato al mondo, presente in oltre 6mila prodotti alimentari, sarebbe associato all’insorgenza di diverse forme tumorali non solo nei ratti, ma anche nei topi. Uno studio lo rilancia, pubblicando i dati e l’allarme lanciato con forza dagli scienziati bolognesi.


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I ricercatori chiedono un riesame all'Autorità europea[/b]

Da Bologna, senza mezzi termini chiedono: “Un riesame, da parte degli organi preposti, dei livelli di assunzione ammessi per questa sostanza”. L’ennesima
richiesta all’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che in passato aveva rivisto la letteratura sulla sicurezza del dolcificante, ritenendo sempre accettabili le soglie già fissate. Oggi è giudicata ammissibile l’ingestione fino a 40 milligrammi al giorno per chilo di peso corporeo, l’equivalente di 2,8 grammi di aspartame per una persona di 70 chili. Una lattina di bevanda light ne contiene circa 200 mg, un bustina di dolcificante per il caffè 40 mg. E chi fa uso di questi prodotti arriva a ingerire circa 900 mg al giorno della sostanza. Una quantità sicura per le autorità comunitarie, “a rischio” secondo gli studi italiani.


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Resistenze europee[/b]

Da anni gli scienziati del centro bolognese, sotto la guida del professor Morando Soffritti, studiano gli effetti del noto edulcorante sugli animali da laboratorio. Un primo studio effettuato nel 2005 su 1.800 ratti aveva mostrato che nelle femmine che avevano assunto aspartame quotidianamente l’incidenza di linfomi e leucemie era da 2 a 3 volte maggiore rispetto a chi aveva una dieta senza dolcificante. E, soprattutto, l’additivo dimostrava di avere un effetto già se assunto all’equivalente di 20 milligrammi per chilo di peso corporeo.
Bruxelles, però, aveva giudicato questa ricerca sostanzialmente inattendibile e non aveva cambiato idea neppure dopo che da Bologna era arrivato un secondo studio su 400 ratti, alimentati con aspartame sin dalla vita fetale, che confermava gli esiti del precedente lavoro. Anche in questo caso i risultati, pubblicati due anni dopo, evidenziavano un aumento negli animali dell’incidenza di linfomi e leucemie, e di carcinomi mammari. Nulla da fare, nel 2009 l’Efsa concluse che “dalle informazioni disponibili non si può concludere che l’aspartame abbia effetti cancerogeni o genotossici”.



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Il colpo di scena[/b]

Si è arrivati così fino a oggi, quando le conclusioni di una terza ricerca del Ramazzini, condotta su 800 topi, sono state pubblicate sull’American Journal of Industrial Medicine. Ed è sui soggetti maschi, questa volta, che l’aspartame sembra aumentare il rischio di contrarre tumori del fegato e del polmone. Nel primo caso la percentuale passa dal 5% (nei topolini a cui la sostanza non è mai stata somministrata), al 18% (in quelli con la dieta “arricchita”) , mentre per il tumore al polmone il tasso sale invece dal 6% al 13%.


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Da Bologna a Parigi[/b]

Queste evidenze sono state presentate alla facoltà di Medicina dell’Università di Parigi da Soffritti la scorsa settimana. E hanno fatto grande impressione. Spiega a Il Salvagente Morando Soffritti: “Gli esiti del nostro ultimo studio hanno subito messo in allarme l’Agenzia per la sicurezza alimentare francese, l’Anses. La terza ricerca ha infatti evidenziato che l’aspartame ha effetti cancerogeni su due specie animali, ed è un fattore non trascurabile”. L’Anses, si legge in una nota ufficiale, “esaminerà immediatamente questi nuovi studi, in modo da fornire le giuste raccomandazioni agli organismi francesi, e, se necessario, allerterà l’Autorità europea per la sicurezza alimentare”.


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Di rimpallo in rimpallo[/b]

La stessa Efsa ha messo nuovamente all’ordine del giorno la valutazione di questo nuovo studio. Ma che l’aspartame sia sempre nell’occhio del ciclone, lo conferma anche il fatto che lo Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, lo ha inserito tra le sostanze da rivedere. La priorità assegnata al dolcificxante è “media”, il che, spiega Yann Grosse, tra i responsabili dei processi di valutazione, “significa che le informazioni in nostro possesso potrebbero già essere analizzate da febbraio 2012, ma molto dipende dalle valutazioni preliminari che vengono fatte sulla base delle pubblicazioni scientifiche esistenti”. Chissà che gli ultimi studi bolognesi non la facciano diventare più urgente.