La morte all'Ilva diventi caso di coscienza per il Paese

Dopo l'incidente all'operaio dell'appalto torna urgente interrogarsi sulla necessità di una nuova cultura del lavoro

La cartolina del "Comitato 12 Giugno" con i monumenti dedicati ai caduti sul lavoro

La cartolina del "Comitato 12 Giugno" con i monumenti dedicati ai caduti sul lavoro

Nemmeno quindici giorni fa, in provincia di Taranto, il “Comitato 12 Giugno” inaugurava in un centro della provincia pugliese l’ennesimo monumento dedicato alle morti “bianche”. Il Comitato rappresenta i lavoratori vittime di infortuni e malattie professionali e i famigliari degli operai deceduti nelle fabbriche (soprattutto all’Ilva di Taranto dove il numero dei caduti, dalla costruzione dello stabilimento, resta scandalosamente imprecisato).


E’ amaro rigirare tra le mani - in questa triste giornata di sole (spesso si muore in fabbrica quando il sole splende) - la cartolina diffusa tempo fa dallo stesso Comitato. Essa ritrae quattro esemplari del monumento: un tubo d’acciaio segnato da croci,  scoperti nei cimiteri di altrettanti paesi del Tarantino e del Brindisino.


Dopo nemmeno quindici giorni, una nuova croce andrà apposta e un nuovo lume dovrà  accendersi in memoria di Angelo Fuggiano, il 28enne operaio di una ditta dell’appalto Ilva ucciso oggi da un cavo nell’area degli impianti portuali.


Ci sembra inutile parlare di liturgie tra scioperi e atti di contrizione. Ricordiamo che all’Ilva, nel 2008, si continuò a lavorare con un operaio morto lì a pochi passi. I tempi sono cambiati ma l’azienda, non più in mano alla famiglia Riva ma allo Stato, chiede di revocare lo sciopero scattato dopo l'incidente. Sacrosanto fermarsi, altrettanto utile rammentare gli enormi, irreparabili ormai, errori del passato.


Ci sono poi i solenni comunicati di afflizione, soprattutto del mondo politico. L'immancabile coro di vedove inconsolabili, il cui viso sfatto è rigato dalle solite lacrime di coccodrillo. Non ci interessa nemmeno sapere chi ha twittato cosa, dopo le puerili guerre social sul futuro di uno stabilimento siderurgico da tempo a pezzi, nel senso letterale del termine.


I lavoratori hanno ripetutamente segnalato l’emergenza manutenzione, però una cultura del blocco delle attività, rivendicando un lavoro "sostenibile", non è ancora pienamente formata se si continua a scioperare avendo l’ossessione del futuro occupazionale, non sapendo (o facendo finta di non sapere) che questo è a valle – non a monte - di una fabbrica compatibile con salute e sicurezza.


Evocavamo la parola cultura. Cultura in fabbrica: della sicurezza. Cultura fuori dalla fabbrica: la sicurezza non più solo come dato certo, consolidato, dentro un capannone, uno stabilimento, ma come patrimonio di una comunità, diritto non solo costituzionalmente garantito: se il lavoro insicuro uccide viola i diritti umani, così come l’inquinamento. Ciò deve diventare inammissibile, un tabù: come la guerra. 


A che serve, infatti, introdurre "l'omicidio da profitto"senza una coscienza che porti il Paese a radicare una cultura del lavoro sicuro, assente da sempre?


Senza una coscienza che esiga il nome dei morti in fabbrica accanto a quello dei soldati caduti in guerra (l’altra faccia della medaglia) per farlo leggere e imparare ai propri figli; senza una coscienza che spinga a scrivere quei nomi nelle piazze, visibili ai vivi e non nei cimiteri, visibili ai morti, celati e quindi uccisi due volte, senza questa coscienza, dicevamo, si potranno introdurre tutte le categorie giuridiche che si vuole e “giocare” in punta di diritto (senza contare le attenuanti), ma continueremo a vivere giornate così tremende di sole e di morte.