Hubble, caccia all’elio

Per la prima volta trovato l’elio nell’atmosfera di un esopianeta

WASP-107b

WASP-107b

Sull’esopianeta WASP-107b c’è elio. Lo hanno scoperto gli astronomi dell’Università di Exter, in Gran Bretagna, con Hubble, il primo grande telescopio spaziale dedicato all’astronomia, frutto di una impresa congiunta NASA-ESA. E’ la prima volta che viene individuato l’elio nell’atmosfera di un pianeta esterno al Sistema Solare. La scoperta dimostra anche l’importanza dell’uso dello spettro infrarosso per studiare l’atmosfera degli esopianeti.


A rintracciare, in anteprima assoluta, il gas nobile nell’atmosfera di WASP-107b il team internazionale di astronomi guidato da Jessica Spake, grazie all’impiego del Wide Field Camera 3, gioiello della tecnologia che ha messo a nuovo gli “occhi” di Hubble. “L’elio è il secondo elemento più importante nell’Universo dopo l’idrogeno” spiega Spake, “ed è anche uno dei maggiori costituenti di Giove e Saturno, nel nostro Sistema Solare. Ma, fino ad oggi, non era mai stato rintracciato sugli esopianeti”, nonostante le ricerche proseguissero infruttuosamente dal 2000.


WASP-107b, uno dei pianeti conosciuti con più bassa densità, grande come Giove ma con il 12% della sua massa, si trova a 200 anni luce dalla Terra e possiede una atmosfera che si estende decine di migliaia di chilometri nello Spazio, proprio a causa della grande quantità di elio in essa dispersa. Il pianeta è stato esaminato sulla base di nuove tecniche che potranno essere ampiamente impiegate per i pianeti lontani. Sino ad oggi si utilizzava la luce ultravioletta per pianeti vicini. Le frequenze dell’ultravioletto e la lunghezza d’onda ottica impiegate in questo caso hanno dimostrato che per studiare l’atmosfera degli esopianeti si può fare riferimento a lunghezze d’onda maggiori. “Il nostro metodo, anche con l’impiego dei nuovi telescopi spaziali come il James Webb, frutto della collaborazione NASA, ESA, CSA, ci farà analizzare l’atmosfera degli esopianeti con un dettaglio mai raggiunto prima” conclude David Sing, co-autore dello studio.