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Tempo liberato

L'ombra di Hassan Khan si aggira per Venezia

Fino al 13 gennaio 2013, l'eclettico Dj anglo-egiziano tra i big della videoarte internazionale a Palazzo Grassi di Venezia, nella mostra "La voce delle immagini"

Redazione
lunedì 26 novembre 2012 18:14

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Un ritmo sincopato che si diffonde per le sale, forse prodotto da un tamburo, ipnotizza l'orecchio del visitatore sin dal momento in cui si mette in fila per entrare. Siamo a Palazzo Grassi di Venezia dove fino al 13 gennaio è allestita "La voce delle immagini" (catalogo Electa). Curata da Caroline Burgeois, si tratta di una sorprendente esposizione che presenta circa trenta opere di 27 artisti della Collezione Pinault, tra film, video e installazioni. Ciascun lavoro testimonia la straordinaria duttilità di questo medium: la varietà dei supporti tecnologici (dai 35 mm all'immagine catturata attraverso un telefono portatile) e dei dispositivi di proiezione (dalla sala cinema all'installazione); la diversità dei modi di rappresentare il tempo (dalla linea narrativa al loop); l'importanza degli incroci e delle sovrapposizioni con altre forme di espressione artistica (il suono, l'azione, la danza) ma anche con il documentario o le scienze sociali. Con "La voce delle immagini" Palazzo Grassi accoglie per la prima volta un progetto espositivo interamente dedicato alla video arte. A partire dal celebre imam nudo Joueur de flûte di Adel Abdessemed (1996), passando per la Hall of Whispers di Bill Viola (1995) oppure per il drammatico Faezeh, film firmato da Shirin Neshat (2008), solo per citarne alcune, il fil rouge che lega tra loro le opere provenienti dall'Europa, dall'America del Nord e del Sud, dal Medio Oriente, dall'Asia è la comune maniera di interrogare il presente. Se tutte sono in relazione diretta con le problematiche politiche e sociali del mondo contemporaneo (citiamo il corrosivo Eyes di Peter Aerschmann con agenti di polizia che indossano il hijab), nessuna di loro lo è in modo letterale o univoco. Ciascun artista privilegia il registro dell'intimo, prendendo in prestito le vie del gesto e della condivisione. Sulla scia della massima decretata da Jean-Luc Godard nel 1970, secondo cui «non bisogna fare dei film politici, ma fare politicamente dei film», le immagini non rappresentano un discorso, ma un'azione. E qui veniamo alla video installazione Jewel (2010), la straordinaria performance artistica del Dj anglo egiziano Hassan Khan, il cui suono misterioso ci ha accompagnato per tutta la mostra. Jewel si apre con una nuvola di luci lampeggianti, ipnotiche quanto la colonna sonora prodotta da Khan. Ben presto si scopre che queste luci non sono stelle e neppure le classiche luci notturne di un villaggio sulla costa di un qualsiasi Paese mediterraneo. No. Queste luci sono in realtà dei lampi emessi dagli occhi di giganteschi quanto orribili pesci, forse un banco di rane pescatrici. Di colpo l'immagine si blocca. Ma la musica, fantastica, prosegue nella piccola sala. E la silhouette dei pesci si trasforma in una palla da discoteca. Intorno a essa due uomini, uno giovane e smilzo, uno più anziano e robusto eseguono una danza. Sembra la scena di un sinistro rituale, fatto di gesti disperati e potenti. I due si piegano, roteano, cadono e si rialzano, si aggrappano a qualcosa. Forse è una flagellazione, ma è un pensiero che subito vola via. Per tutta la performance che dura poco più di sei minuti ci si chiede: cos'è che tormenta questi uomini e li costringe ad agire e a muoversi in totale sintonia? Perché questi misteriosi movimenti appaiono così familiari?



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