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Melting Pot

Donne e bambini in Yemen, vittime invisibili di un conflitto dimenticato

Storie di ordinaria disperazione raccolte dai cooperanti della Intersos. La ong si è insediata nel nord del Paese per offrire riparo e sostegno ai civili in fuga dalla guerra

sabato 17 novembre 2012 11:36

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Una guerra feroce al nord per l'autonomia, un'altra devastante al sud tra i separatisti e le forze governative, azioni armate di Al Qaeda, bombardamenti aerei, lo sguardo vigile e severo dell'Arabia Saudita, un'apparente indifferenza del mondo occidentale. Nel mezzo ci sono loro, i cittadini yemeniti, decine di migliaia di sfollati che scappano intrappolati nei loro destini. Soprattutto donne e bambini. Nello Yemen, dopo la fine del ventennio segnato dalla guida del presidente Saleh (avvenuta formalmente nel febbraio scorso con il passaggio di consegne al suo ex vice Abed Hadi) è ancora alto il livello di violenza e di sofferenza soprattutto per la popolazione civile. Nel centro della splendida e suggestiva capitale Sana'a, all'ombra dei palazzi medievali dall'architettura e dai disegni unici al mondo le febbrili attività quotidiane che dal tortuoso souk si irradiavano nei quartieri limitrofi sembrano paralizzate. Dal terrore, dalla diffidenza, dalla disillusione. Crisi economica (a partire dal crollo del turismo internazionale), scontri tra fazioni e spinte separatiste al sud e al nord continuano a determinare nello Yemen una situazione di forte instabilità. Dopo un anno di proteste e di scontri si contano in tutto il Paese sfollati e rifugiati. E monta il dramma dei profughi. Sia quelli che fuggono dalle zone di guerra sia quelli che giungono dal Corno d'Africa anch'esso devastato da conflitti interni e senza senso. A Muhammad, sfuggito con i suoi sette figli, hanno distrutto la casa: «Se fossi restato sarei dovuto stare con il governo, o contro. Invece ho scelto di non uccidere, e non essere ucciso» racconta ai cooperanti dell'Intersos che hanno creato un centro antiviolenza nella capitale yemenita.

L'orrore non ha nazionalità supera i confini e attraversa i Paesi. Si insinua tra la gente e segna la vita di chi è rimasto "contagiato". C'è lo sguardo nascosto dal velo di una donna somala, che ha subito tante violenze dal marito, da non poter più vivere senza medicine. C'è la voce gentile di Zineh, così in contrasto con la tragedia che ha vissuto. Colpevole di appartenere all'etnia sbagliata è fuggita dal Congo, dopo aver subito violenza e aver visto uccidere il marito e la figlia e poi anche la sorella, alla quale con un coltello è stato strappato il bambino che aveva in grembo. Poi c'è una giovanissima etiope. Rapita dai trafficanti è stata abusata per tre mesi, poi, quando è riuscita a fuggire, ha scoperto di essere incinta. Ylala ha solo sette anni: se non va a mendicare, il padre lo picchia. Abduli, invece, ne ha sedici e viene dall'Etiopia: sua madre ha venduto tutto quello che aveva per farlo partire, ma il suo viaggio dell'orrore è finito sul confine yemenita, dopo essere stato rapito e picchiato. La madre, lontana, ha venduto anche i mobili per pagare il suo riscatto e liberarlo. Bambini sfruttati, anime spezzate, senza speranza, accolti in un centro di Harad, a pochi chilometri dal confine saudita, nel quale Intersos si propone di assicurare riparo e sostegno psicosociale a donne e bambini scappati dalle violenze. È solo uno dei progetti di accoglienza e protezione in Yemen. Ci sono più di 60 minorenni, la maggior parte etiopi: addosso i segni della povertà e della violenza subita. Hanno perso l'infanzia, l'adolescenza, affidandosi a trafficanti senza scrupoli, affrontando il mare, guardando negli occhi la morte in nome di un lavoro e della responsabilità di dover mantenere la famiglia rimasta a casa. «Niente può essere peggiore di quello che mi hanno fatto, ma sono ancora viva» confida una donna torturata e violentata ai cooperanti di Intersos. Storie tragicamente simili, traboccanti di dolore e sfiducia. Storie devastanti che si intrecciano nel centro gestito dalla Ong. Un luogo dove la violenza si cura e si sfalda nel tentativo di fare qualcosa. «Io non ho più sogni - dice Zineh - Solo Dio ne può avere uno per me».

[Foto di Federico Tulli, ©17, 12/2007]



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