Fotografia gitana, il mito di Koudelka si aggira per l'Europa

Eleonor Purring
giovedì 26 luglio 2012 01:21
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È il poeta della fotografia e il cantore del mondo libero degli zingari, che solo lui sa raccontare per immagini in modo così carico di malinconia e così toccante. Parliamo del grande maestro Josef Koudelka, a cui il più importante festival di fotografia d'Europa, il Rencontres d'Arles, fino al 23 settembre offre un omaggio doveroso. Così a poche settimane dall'inaugurazione della grande retrospettiva che Forma di Milano dedica proprio agli zingari del fotografo ceco, in Francia la possibilità di approfondire il lavoro di Koudelka si amplia ulteriormente. Dopo la guerra, usciti dall'incubo delle persecuzioni che aveva colpito mezzo milione di zingari spariti nei forni crematori nazisti, un giovane Koudelka , oggi settantaquattrenne, si mise in testa di raccontare le comunità gitane di Boemia, Moravia, Slovacchia, Romania e Ungheria. Non in maniera giornalistica, ma raccontandone l'anima, passando settimane e settimane per cercare una certa luce, un certo scorcio evocativo, un frammento di vita che ne condensasse molti altri. Sono immagini uniche, quelle che Koudelka riesce a realizzare. Come ricreando quei primi incontri che aveva avuto con gli zingari da bambino nel suo paese natale Valchov, in Moravia, quando di tanto in tanto arrivava chissà da dove la carovana degli zingari. E allora erano canti e balli, feste popolari per strada, ragazze dai capelli scarmigliati, al vento, concerti di violini e sorrisi sdentati che spaventavano e insieme incantavano il piccolo Josef. Fondamentale per lui fu l'incontro con la musica gitana, tanto che poi si diede a studiare cornamusa e violino, e poi al teatro cercando quel tipo di magia che aveva sperimentato nell'infanzia incontrando questi uomini e donne che non sembravano avere padroni.

Nel 1962 la sua prima piccola mostra e quella allestita nel foyer di un teatro nel 1967.fu un vero avvenimento che andava contro la censura del regime comunista. «Presi il coraggio di esporre le foto perché il clima era cambiato - ha raccontato di recente Koudelka a Milano in occasione della mostra organizzata da Forma - , la primavera di Praga non durò una sola stagione, ma fu una fioritura di tre anni almeno. Fino all'ultimo però avevo paura che venisse cancellata, la mattina dell'inaugurazione venne il censore a visitarla per decidere se dare l'autorizzazione e successe quello che solo un anno prima sarebbe stato impossibile: disse di sì». Nel 1968, le immagini di Koudelka, firmate «anonimo fotografo praghese, avrebbero fatto il giro del mondo. E l'inizio di una carriera che lo avrebbe portato alla Magnum grazie anche all'appoggio di Henri Cartier-Bresson che si innamorò dell'opera di questo giovane e allora ancora sconosciuto fotografo fuggito dalòla Moravia.

Eleonor Purring



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