Informativa

Per migliorare il nostro servizio, la tua esperienza di navigazione e la fruizione pubblicitaria questo sito web utilizza i cookie (proprietari e di terze parti). Per maggiori informazioni (ad esempio su come disabilitarli) leggi la nostra Cookies Policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.

OK X
Globalist:
stop
 
Connetti
Utente:

Password:



Tempo liberato

Melilla: la distopia sull'altra sponda d'Europa

Dopo 14 mesi di tentativi falliti di superare la recinzione che separa l'Africa dalla piccola enclave spagnola, Abou Bakar Sidibé iniziò le riprese del bruciante docufilm Les Sauteurs

Francesco Troccoli
mercoledì 22 marzo 2017 11:25

"And I... I... will always love you..." le note gracchiano nell'aria ferma del tramonto sopra Melilla. Un piccolo aereo plana verso l'aeroporto; ha il logo Iberia sulla coda e sta terminando un volo classificato come "nazionale". Il mare, in questa scena, resta sullo sfondo, senza diventare, come succede diverse centinaia di chilometri più a est, il cimitero dei reietti. Perché per introdursi clandestinamente nel "nostro" continente, da questo pezzetto di Marocco, non è necessario inscatolarsi in una stiva tossica o aggrapparsi a un gommone. Qui il confine fra Europa e Africa è una linea precisa della mappa politica, che taglia la terra secca e argillosa che digrada dai monti dell'Atlante. Ma se nell'arte la linea, prodotta dalle mani umane, è fantasia, in questo posto, regno del più totale annullamento dell'Umanità, è ridotta a puro istinto di morte, segnata non da uno, ma da due muri paralleli: una doppia recinzione che svolge con la stessa efficienza del Canale di Sicilia e del Mar Egeo la funzione di setaccio. Separando chi ce la fa, e ne supera le maglie, da chi non ce la fa e vi resta impigliato.

"I will always love you", si ostina la cantante. Nera, giovane, come i suoi ascoltatori. Poi la batteria del telefonino si scarica e l'incanto si spezza. Impietosa, nelle mani di Abou Bakar Sidibé (regista, operatore e attore protagonista), la telecamera indugia sugli sguardi stanchi, sulla piega ora malinconica ora rancorosa delle bocche, sui corpi smagriti e incurvati dall'attesa, dalla tortura inflitta dal mondo intero, con le sue regole disumane. «Sul Monte Gurugu abbiamo paura. Qui si vive nella paura». Il Gurugu, in territorio marocchino, spalleggia la città di Melilla, insieme a Ceuta una delle due enclave spagnole in terra africana, ultime briciole di abbondanti e plurisecolari banchetti in tutto il Sahara occidentale. Il Regno di Spagna, dal dittatore Francisco Franco a Juan Carlos e fino all'attuale Re Filippo, non ha mai rinunciato a quei possedimenti, pur reclamati, tuttora, dal Marocco: africane sulla mappa geografica, europee su quella politica, le città di Ceuta e Melilla sono come la vicina Gibilterra per il Regno di Gran Bretagna: residui che una storia millenaria di sfruttamento coloniale non ha ancora digerito, città stato fortificate, assurte al ruolo di valvole ormai spanate, congegni brutali di un meccanismo (tutt'altro che fine) di regolazione dell'omeostasi dei flussi migratori.

«Sogno che arriva la polizia. E dà fuoco a tutto. E mi prendono». Gli psichiatri insegnano che quando sogni la realtà, quando l'immagine onirica riproduce fedelmente ciò che accade, potrebbe essere brutto segno. Potrebbe significare che non stai troppo bene. D'altronde come si fa a star bene quando, dopo aver attraversato un continente a forza di fame, torture, lutti e dolore, sei per di più costretto a trascorrere un anno, magari due, in un sudicio accampamento di fortuna che la polizia del luogo si diverte a colpire con tattiche di guerriglia, in piena notte, all'improvviso, dando fuoco a tutto? C'è da diventare pazzi. E a guardare questo film, sembrano persino troppi quelli che riescono a salvare la mente, oltre alla pelle. Sarà forse la capacità di sopportare dolore e umiliazioni che questi popoli hanno sviluppato nei secoli, a far andare avanti questi ragazzi. La droga che li tiene in vita è la speranza di non essere fra quelli che moriranno nel salto, né fra quelli che prima o poi si arrenderanno e decideranno di "tornare a casa da sconfitti".

Tutti i giorni, l'aereo dell'Iberia decolla e ritorna, decolla e ritorna. Malaga, la città di Picasso, è così vicina che basta un turboelica come l'ATR per garantire il collegamento. Mezz'ora di volo, contro una media di quattordici mesi di sassi, dune, sacchetti di plastica svolazzanti ovunque, coperte sporche, galline sgozzate, sigarette e qualche derby Mali-Costa d'Avorio. Partitelle di pallone, di dama, o di carte, per non impazzire. E raid della polizia, con la telecamera sempre accesa, che sussulta, salta, e ci angoscia, mentre anche lei, restando saldamente fra le mani del suo usufruttuario, si sottrae alla cattura. «Non le hanno trovate. La polizia non le ha trovate», mormora un ragazzo alto e magro mentre scosta una trapunta e scopre un cartone, pieno di uova ancora integre. A me, che me ne sto seduto comodo comodo sulla sedia del Cinema Apollo Undici, la lacrima scappa in quel momento. «Amigo, amigo!» iniziano a chiamare alcuni; la telecamera punta una curva della strada che scende verso Melilla: il sibilo delle gomme, sfrecciano due ciclisti. Nemmeno si voltano. Ma anche stavolta gli attori non retribuiti di questo film sorridono, scherzano. «Dicono che in Europa si usa tanto sapone che si diventa bianchi». «Le donne, quando arrivi, ti fanno massaggi dappertutto». La loro capacità di reagire, di andare avanti, è l'unica cosa della loro vita che invidio.

Non ci sono donne, sul Gurugu. Nel film non se ne vedono. Eppure quasi non te ne accorgi. Sarà perché, quando gli esseri umani soffrono, le differenze, di qualsiasi tipo, spariscono. Sarà perché alle donne, con i loro piccoli, non resta che tentare la via del mare. È una delle poche libertà che noi europei siamo ancora disposti a concedere a questa gente: decidete pure come morire. Saltando un muro o affondando nel Mediterraneo. Perciò, tutti uomini, sul Gurugu; se del Mali o della Costa d'Avorio, nemmeno te ne accorgi, perché parlano tutti la stessa lingua. Il francese degli oppressi. E alla fine del film lo avrai persino dimenticato, perché il dolore ha lo stesso suono, in qualsiasi lingua, e i sottotitoli diventano quasi inutili.
Il Muro, a Melilla, si supera soltanto se si cerca di attraversarlo in molti. Che significa migliaia. Qualcuno morirà. La maggior parte sarà respinta. Qualcuno ce la farà. Per poi rendersi conto che quel paradiso dei diritti umani, così a lungo sognato e bramato, l'Europa, non è più autentico di quelli promessi dalla Bibbia o dal Corano. Il grande giorno è vicino. I più stanchi hanno convinto il capo della comunità ad "attaccare" il Muro tutti quanti, tutti insieme. Un ragazzo buca le suole delle scarpe e nei fori ci infila i rampini che si è cesellato; un altro collauda i suoi uncini dotati di manico agganciandoli a una rete immaginaria. Come ha spiegato Andrea Segre (il distributore) prima della proiezione, sono queste le loro «armi».

La telecamera di sicurezza notturna segue le scie. File interminabili. Migliaia di uomini in cammino. Marciano verso il muro, per l'ennesima volta. Per queste "scene" il regista è cambiato: l'occhio di chiunque le stia "girando", per la sorveglianza, non riesce più a vedere esseri umani, ma formiche. Come potrebbe farcela, altrimenti, a spostare la telecamera per seguire quella fila infinita con tanta precisione? Gli si paralizzerebbe il sistema nervoso volontario; il corpo gli impedirebbe di alzarsi al mattino, indossare la divisa, inquadrare l'obiettivo, impugnare le armi per proibire l'ingresso, catturare, respingere. I muscoli andrebbero in sciopero selvaggio. Il Muro arriva. Il salto collettivo è un fiume di carne che si lacera sulle reti. Qualche brandello resterà impigliato. Eppure, qualcuno ce la farà. Il salto è uno di quelli di maggiore successo e Abou è fra questi. Ora anche lui è arrivato in paradiso. O così sperava. Forse alla Bibbia, anzi al Corano, non ci ha mai creduto fino in fondo. Altrimenti non sarebbe mai partito in cerca della sua Utopia sulla Terra.
Dovremmo essere noi europei, a mantenere la promessa. Forse non riusciremo mai a costruire il paradiso. Ma dobbiamo combattere per abolire quest'inferno.

Francesco Troccoli

Les Sauteurs - Un film di Moritz Siebert, Estephan Wagner, Abou Bakar Sidibé, durata 80 min. - Danimarca 2016. - I Wonder Pictures

Il docufilm sarà proiettato martedì 28 marzo all'Apollo11 (ore 21 ) in via N. Bixio 80/a a Roma. Link all'evento Fb