Informativa

Per migliorare il nostro servizio, la tua esperienza di navigazione e la fruizione pubblicitaria questo sito web utilizza i cookie (proprietari e di terze parti). Per maggiori informazioni (ad esempio su come disabilitarli) leggi la nostra Cookies Policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.

OK X
Globalist:
stop


Tempo liberato

Ernesto De Martino, appassionato investigatore dell'umano

A colloquio con l'antropologo Stefano De Matteis. L'autore de Il leone che cancella con la coda le tracce, ripercorre l'itinerario intellettuale del grande etnologo

Annalina Ferrante
lunedì 9 gennaio 2017 10:25

Un singolare destino quello di Ernesto De Martino, uno degli intellettuali più originali, rigorosi e innovativi della scena intellettuale italiana. Pochi come lui sono stati così dimenticati e silenziati dalla nostra cultura - non dalla cultura europea e mondiale, è bene sottolinearlo - che nemmeno la ricorrenza dei 50 anni dalla sua prematura scomparsa, ha favorito il giusto riconoscimento e risvegliato il dovuto interesse che la sua persona e la sua ricerca meritano.
Ma De Martino non è solo. Ai vari studiosi attenti e agli appassionati, appartiene l'antropologo Stefano De Matteis, ricercatore presso l'università di Salerno, tra i fondatori delle Opere di Ernesto De Martino dove ha curato la nuova edizione di Naturalismo e storicismo. Nell'anno di De Martino 50 (2015), De Matteis ha riunito e messo a confronto alcune tra le voci più significative impegnate nello studio di De Martino e ha realizzato un volume, Il leone che cancella con la coda le tracce (Edizioni d'if, 2016).

Il sottotitolo del libro, "L'itinerario intellettuale di Ernesto De Martino" indica un progetto che promette molto.
Sì, il libro in effetti è un progetto. E' il tentativo di ricostruzione della biografia culturale di De Martino inserita nella cultura italiana ed europea degli anni in cui ha vissuto e lavorato e che mira a mettere in evidenza le contraddizioni, le difficoltà, gli sforzi, l'unicità del suo lavoro. Le origini del suo pensiero e i suoi rapporti con Croce, i rapporti positivi e stimolanti con un certo ambiente culturale, la questione del mondo magico, il meridione, i rapporti con la cultura politica degli anni '50, la sua voglia di mettersi in gioco e di intervenire politicamente, i rapporti con il Partito Comunista e l'ottusità di un ambiente di sinistra che non solo non ha non ha colto l'importanza e la profondità dello sguardo di De Martino verso la cultura popolare, ma lo ha sottovalutato e costretto in un angolo. Fino ad arrivare a quello straordinario progetto incompiuto che sono i materiali relativi all'opera postuma su la fine del mondo. Dopo la sua morte, sono subentrati anche problemi relativi alla gestione dell'archivio, all'inadeguatezza di alcuni esegeti postumi che hanno utilizzato il lascito di De Martino in modo che non lo ha favorito. Ecco quindi il tentativo di cominciare a realizzare una ricostruzione completa del suo pensiero avvalendosi di collaborazioni eccellenti come Riccardo Di Donato, Ugo Fabietti, Carlo Ginsburg e altri.

Nel coro polifonico del testo si distingue la voce appassionata, profonda e intrigante di De Martino in tre intermezzi: due articoli pubblicati sulla rivista Società, Intorno alla storia del mondo popolare subalterno del 1949 e Note lucane del 1950 e la relazione Il problema della fine del mondo pubblicato nel 1964 negli atti del convegno dal titolo Il mondo di domani. Sono testi illuminanti, bellissimi, che esprimono un'apertura sulla cultura coeva di una grande modernità come il primo testo che riferendosi al mondo popolare subalterno si riferisce non solo al proletariato operaio e contadino ma anche ai popoli coloniali e semicoloniali. Siamo in piena decolonizzazione.
Abbiamo voluto inserire nel libro alcuni segnavia di autore, momenti di passaggio, andando a scegliere quei testi che sono sì di riflessione ma anche di teoria e molto autobiografici. Il primo è questo testo dirompente del '49, Intorno ad una storia del mondo popolare subalterno. Ne seguì un dibattito a sinistra accesissimo che durò a più riprese circa un decennio e che, a rileggerlo oggi, ha un che di imbarazzante! Si comprende molto della politica culturale della sinistra italiana del periodo e si comprendono le difficoltà attraversate da De Martino proprio nei confronti di coloro che avrebbero dovuto essergli vicini per appartenenza politica e culturale. Nello specifico del testo, i suoi critici tesero a riportare tutto ad una storia del mondo popolare italiano mentre De Martino si stava misurando con la colonizzazione, si stava misurando con un cambiamento epocale che il mondo stava vivendo. Certamente De Martino aveva presente anche i cambiamenti italiani, ma la sua attenzione era rivolta soprattutto alla decolonizzazione e nessuno se ne accorse.

Entriamo nel vivo di questa pubblicazione. Una delle caratteristiche più importanti di De Martino è la sua riflessione sulla soggettività e sul dramma che la insidia, la sua confidenza con il mondo del cosiddetto irrazionale che è un mondo rigettato dalla storia e dalla cultura. Un mondo rappresentato da una folla di tarantati, maghi, cafoni, fattucchiere. Un teatro di personaggi che fanno parte del sud del mondo...
Lei ha evidenziato un punto centrale su cui De Martino fa da catalizzatore per una serie di problematiche che vanno, mi verrebbe da dire, dai suoi problemi personali a problemi di carattere geopolitico. De Martino era vittima del cosiddetto "piccolo male": era soggetto a momenti di perdita di consapevolezza e successivamente andava incontro a quello che lui definirà il "riaffermarsi nel mondo", che troviamo nelle pratiche delle nostre culture. Partendo da questa sua esperienza personale, l'etnologo estende la sua riflessione e la sua ricerca agli esclusi della storia, a tutti coloro che erano costretti a vivere fuori della storia oppure a coloro che avevano culture diverse dalla nostra. Ai popoli senza storia o a quelli che avevano la magia come sistema per interpretare il mondo.

Questa ricerca approda a Il mondo magico
Il problema posto dal Il mondo magico è un problema fondamentale che portò ad una frattura con Benedetto Croce e Adolfo Omodeo, suo maestro, ma soprattutto con Croce. L'irrazionale, la pratica magica, la perdita della presenza, fanno parte di mondi umani che non sono considerati da De Martino come minori, o semplicemente arretrati o che non hanno raggiunto un livello adulto di logicità. Prendiamo il suo primo libro, Naturalismo e storicismo del 1941. In esso De Martino si concentra sull'analisi critica di alcune tra le principali correnti dell'etnologia europea e rifiuta tutte quelle interpretazioni che non storicizzano la pratica magica che è legata ad una civiltà specifica, ad un'epoca precisa, ad un certo ambiente storico. Questi sono i motivi della sua nota polemica con Levi-Bruhl. De Martino ritiene tutte queste interpretazioni che analizza come interpretazioni razzistiche della storia e le rigetta. Poco alla volta arriva poi a misurarsi e confrontarsi con queste realtà di interesse etnologico. Ci sono passi strepitosi come quando lui scrive ringraziando le popolazioni che vivono nella Ràbata di Tricarico dove lui è stato, perchè gli hanno permesso di considerare un'umanità, la loro, che vive fuori dalla storia e che vuole invece appartenere alla storia per essere riconosciuta come tale.

Pagine commoventi e profonde direi
Sono pagine meravigliose, dove De Martino dimostra una grande capacità di scrittura e di narrazione che trova eco in Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato a Eboli. Una rielaborazione di una realtà che vive ai margini della storia e con cui il mondo occidentale deve misurarsi perché realtà umana che comunque appartiene alla storia e che forse non rappresenta la parte più piccola ma la maggioranza del nostro mondo. De Martino, si è posto in tutti i libri che ha scritto, il problema dell'uomo che ha bisogno di trovare continuamente delle soluzioni culturali a quelli che sono gli ostacoli e le difficoltà della vita. Le soluzioni individuali si trovano nella medicina, nella psicoanalisi, nella psichiatria individuale. Le soluzioni collettive si trovano nei culti, nei riti che permettono di condividere il famoso progetto "dalla culla alla bara" cioè dalla nascita alla morte. Tutta la nostra vita ha bisogno di condivisioni e di partecipazione collettiva, di valori condivisi perchè l'uomo è un essere sociale e fino alla fine De Martino dimostra che noi siamo radicati nella storia e siamo il frutto di un processo lungo nel tempo. Non possiamo non pensarci come tali.

E' inevitabile pensare a Michelet e alla sua Sorcière, a Marc Bloch e alla sua concezione della storia. Per loro l'oggetto della storia è, per natura, l'uomo. Per Bloch, ad esempio, il propagarsi di "false notizie" durante la prima guerra mondiale diventa oggetto di studio, via regia per una conoscenza più profonda che può rivelare la verità sull'origine di credenze e leggende. Il "falso", nella nuova e rivoluzionaria concezione della storia di Bloch, non è escluso dalla ricerca come nella storia tradizionale. Il concetto di crisi della presenza di De Martino si inserisce in questo filone di concetti dirompenti, in questa capacità di leggere oltre i fatti, di pensare profondo. Forse è per questo che il Partito comunista non lo ha mai amato?
Quello che lei ha esposto è molto chiaro. De Martino se lo pone questo problema. Le false notizie di cui parla Bloch sono false per noi, siamo noi che attribuiamo questo giudizio a mondi "altri". De Martino si misura con questa alterità, senza pregiudizi, per capire non solo la loro verità ma anche quale sia la verità del nostro giudizio rispetto ad esse. Questo, a mio avviso, è uno strepitoso esercizio di antropologia che anche oggi ci può essere utile. Ci dobbiamo misurare con le verità degli altri. Anche se non ci piacciono. A tutto questo dobbiamo aggiungere che De Martino proviene da una storia culturale altissima che è la storia del rapporto con Benedetto Croce, con il pensiero idealistico che lui stesso mette in crisi e verifica scendendo in strada, andando a fare etnografia, facendo politica. Prima con il Partito socialista e poi con il Partito comunista, con cui sentiva una maggiore affinità. E qui si sviluppa tutta una storia veramente incredibile per la cultura italiana della sinistra. De Martino chiede di partecipare, scrive Il mondo magico e poi Intorno alla storia del mondo popolare subalterno in cui cita ampiamente Carlo Levi, autore prima inneggiato e poi condannato dal Partito comunista. Allo stesso modo De Martino viene visto come una persona poco affidabile prima perché socialista, poi perché crociano, poi perché ha utilizzato termini che venivano da lontano e che potevano essere pericolosi come la "presenza" e come le citazioni di Heidegger. I grandi filosofi comunisti come Lukacs parlavano del pensiero heideggeriano in termini di distruzione della ragione.

De Martino conosceva molto bene il tedesco?
De Martino conosceva benissimo il tedesco, l'inglese e il francese. Il mondo magico aveva come sottotitolo straordinario Prolegomeni ad una storia del magismo perchè doveva essere un'introduzione a cui doveva seguire un altro libro, ancora più complesso e a più voci. De Martino voleva riunire i grandi autori e teorici dell'Europa di allora che avrebbero dovuto contribuire alla realizzazione di questo progetto. Il tedesco gli serviva per studiare tutti gli autori e leggere lo stesso Heidegger. Così come leggeva in lingua originale tutti gli altri. Allo stesso modo conosceva benissimo sia il greco che il latino, tanto che si laureò con Adolfo Omodeo con una tesi sui Gephyrismi Eleusini, un particolare segmento di un rito greco. Ci troviamo di fronte, quindi, ad una persona che aveva una cultura complessa, profonda, composita e molto inserita nella cultura europea.

De Martino è stato un intellettuale prolifico ma tormentatissimo in questa sua continua ricerca di un'interpretazione del mondo magico come dimensione profonda di cultura e di storia umana, ostacolata quando non condannata proprio da chi gli era più vicino.
Sì, un tormento intellettuale e umano nel confrontarsi con situazioni difficilissime e misurarsi con esse, cercando anche di sbarcare il lunario, di fare queste ricerche imponenti con pochissimi mezzi e senza riuscire a trovare una collocazione riconosciuta. De Martino immaginava un scambio politico positivo con il Partito comunista che non è mai avvenuto perché non veniva ascoltato. Nel 1952 Togliatti esprime addirittura una chiarissima denuncia di De Martino dicendo che non ci si può fidare di chi vuole salvare il mondo con la magia. Una vera e propria condanna per uno che aspira a far sì che il suo libro, Il mondo magico, sia letto nelle sezioni e che il mondo popolare subalterno diventi argomento di dibattito. Gli anni '50 per De Martino sono anni difficilissimi in cui viene spinto ai margini, non era gradito nemmeno negli ambienti accademici ufficiali tanto che, pur avendo tutte le carte in regola e meriti scientifici, solo nel 1959 riesce a entrare come docente all'Università ma a Cagliari, non a Roma. E' stato superato, scavalcato da una quantità di mezze calzette, se posso dirlo, il cui nome non risulta nella storia della letteratura e del pensiero e che nessuno nemmeno ricorda.

Nonostante tutte le difficoltà, la tenacia dell'intellettuale nel proseguire e approfondire la sua ricerca è straordinaria. Sempre sul campo, in una continua prassi che sviluppa un fecondo pensiero teorico e viceversa e che si traducono in opere fondamentali come Morte e pianto rituale, Sud e magia, La terra del rimorso e così via. Le sue vicende con il PCI e il suo metodo ricordano in qualche modo Gramsci, autore che De Martino ha letto e che cita spesso, se non sbaglio.
E' una questione molto aperta. E' vero, De Martino ha citato spesso nei suoi scritti Gramsci, soprattutto negli scritti successivi alla pubblicazione dei Quaderni dal carcere. Io credo che De Martino abbia letto attentamente Gramsci, l'ha studiato. Però - e qui riprendo una considerazione di Carlo Ginsburg - Gramsci è arrivato a cose fatte, quando cioè De Martino aveva già costruito e strutturato un pensiero e un'interpretazione. Tant'è vero che nelle opere della maturità - e mi riferisco soprattutto a Sud e Magia, alla Terra del rimorso - la questione meridionale non c'è più, c'è una storia religiosa. La storia del mezzogiorno va riscritta secondo questa indicazione: il problema non è più la distinzione tra classi egemoniche e classi subalterne ma come le classi popolari hanno reinventato, riscritto, rielaborato riproposto la questione della stratificazione culturale che il mezzogiorno stava vivendo all'epoca. E qui entriamo in quelle opere meravigliose come, ad esempio, La terra del rimorso che dimostra come dalla tragedia greca e dai miti greci si può arrivare a quel relitto che è il tarantismo e andare così a ricostruire la storia, come fa ad esempio in Sud e magia, della fascinazione e della jettatura campana.

Il titolo del libro nasce da un'espressione di Carlo Ginsburg. Io l'ho voluto vedere come se De Martino cancellasse le tracce del suo itinerario intellettuale e di ricerca per trasformare continuamente il suo pensiero. E' sbagliato?
E' giustissimo! De Martino era una persona straordinariamente riflessiva, misurata ma possedeva anche una capacità vulcanica di misurarsi con le grandi idee, con gli autori che gli interessavano, anche quelli vietati come la cultura negativa, l'esistenzialismo. De Martino non si lasciava sfuggire nulla, andava a vedere cosa c'era in questi autori, ne verificava l'intera opera e a poco a poco ne tirava fuori l'essenziale per appropriarsene, e per farlo diventare un elemento sostanziale del suo cammino, semplicemente per alimentare il suo pensiero. Tutto quello che utilizza, lo utilizza in maniera attiva, propositiva. Le tracce vengono cancellate perché il pensiero viene utilizzato e diventa altro.

Come possiamo concludere?
Aggiungerei che la battaglia che facciamo tutti quanti è quella di riuscire ad affermare definitivamente il pensiero di De Martino. Con la ricorrenza dei 50 anni dalla sua morte si è creata un'occasione. Spero che si possa finalmente arrivare ad una pubblicazione di tutto l'archivio, di tutti gli scritti, dell'epistolario comprese le lettere con Vittoria De Palma, la sua compagna, e che tutto si traduca in un rilancio doveroso della sua figura e del suo pensiero. Quello che abbiamo cercato di fare con questo libro non che è un primo tassello, un primo mattone.

Annalina Ferrante