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Tempo liberato

I am Bolt

Ho avuto la fortuna di assistere all'anteprima mondiale del film che ripercorre la carriera dell'atleta. Ne sono uscito semplicemente commosso.

Francesco Troccoli
giovedì 1 dicembre 2016 10:30

Panoramica di un circuito di atletica, con le piste blu, come il cielo. Alberi sparsi intorno, in una campagna disordinata, come il paese che l'accoglie. Giamaica. Un allenatore panciuto, ondeggiante, brizzolato, che lo vedi sorridere con gli occhi e parlare con una calma che viene da un altro mondo, e già lo vorresti conoscere. Poi un uomo che corre. È molto alto (troppo, dicevano) per un velocista. Si trascina dietro una specie di carriola assicurata alla sua sagoma da una corda, perché così vuole l'allenatore, che scuote il capo. «Devi scendere sotto i quattro e trenta, la partenza è tutto». L'atleta, ancora chino sulle gambe, il fiato corto, si fa una risata davanti alla pancia dell'altro e torna ai blocchi. Al quarto tentativo ce la fa. Non sono un esperto di questo sport e questo film me ne fa quasi pentire. Temevo di assistere alla proiezione di un documentario celebrativo, dai toni trionfalistici, girato con uno stile spudoratamente americano, sul one million dollar man di questo millennio, il pluridecorato, irraggiungibile, Usain Bolt. Ma è colpa di un'amica se sono lì, e qualcosa mi diceva che non si trattava solo di una rispettabilissima passione da estimatrice e fan di un uomo oggettivamente bello. Non mi riferisco soltanto al fisico perfetto. Sarebbe troppo facile.

La proiezione inizia con il collegamento da Leicester Square, la sede delle grandi anteprime d'Inghilterra. Bene, non è un film statunitense, e questo è già un ottimo inizio. La storia comincia un po' di anni fa. Nel 2002, ai mondiali juniores di Kingston, a rappresentare la squadra di casa c'è un quindicenne che corre veloce. Sul primo gradino del podio, nei suoi occhi sbarrati ci sono incredulità e tanti possibili futuri, alcuni di certo meno attraenti di quello che lui sarà in grado di scrivere per se stesso. E se a prevalere sarà una linea della vita piena di realizzazioni, è anche merito di quell'allenatore panciuto che proprio lui si è scelto. Glenn Mills. Un uomo che lo vede, capisce subito com'è fatto e sa che costringere il ragazzo a un regime di allenamento rigoroso, secondo i canoni della storia dello sport dalla ex URSS fino agli USA o la Cina di oggi, che fanno della disciplina e della castità di qualsiasi senso umano la ragione unica di ogni possibile successo, sarebbe del tutto controproducente. Ogni volta che può, Usain Bolt si mescola fra la sue gente, va in spiaggia, fa festa, trascorre la notte a ballare, con le ragazze, con gli amici. Perché per raggiungere i tuoi obiettivi "professionali" devi anche destinare tempo a pensare a tutt'altro (lo capiranno mai gli economisti al potere?). Lo vediamo con la faccia dipinta, saltare ubriaco in mezzo a una pletora di belle ragazze giamaicane che promettono ogni tipo di felicità, o semplicemente bere birra stravaccato sul divano di casa dei genitori. Uno come lui, costretto nella stanza d'albergo prima della gara, si annoia, in piena notte si alza e inizia a volteggiare a piedi nudi con un due-ruote elettrico, riprendendosi con la telecamera portatile in dotazione per il documentario mentre, stonato come una campana, canta la sua canzone preferita con l'i-Phone all'orecchio. Con il rischio di rompersi un dito a sei ore dalla gara che deve consacrarlo come il più grande podista della storia dell'Umanità. Non sarebbe certo la prima volta che, come dicono i suoi amici, "cerca di boicottarsi". Perché Usain Bolt, al contrario del suo rivale più acerrimo, lo statunitense Justin Gatlin (lo stereotipo hoollywoodiano del cattivo di turno, se fossimo in una fiction), non è una macchina, ma un essere umano. Essere nati a Kingston e non a Chicago o Los Angeles può significare anche questo. E se viviamo in un mondo che vuol convincerci che sia una sfortuna, per alcuni non lo è. Basta volerlo, ci sussurra Bolt. Questione di testa. Ed è proprio in una delle sue irrinunciabili feste che Usain, al buio di una discoteca, sale un gradino e si sloga una caviglia. L'intera carriera messa a rischio in un istante di divertimento. Puntuale come una sentenza autoinflitta, dopo la realizzazione arriva la crisi. Ma poi anche il sussulto della capacità di reagire, a conferma di una straordinaria vitalità. E allora via, con le cure speciali del discusso Dr. Muller-Wohlfahrt in Germania, la disciplina alimentare che Usain tanto detesta, l'estenuante allenamento in piscina e gli esercizi fisici del caso. Perché quando arriva il momento di smettere di scherzare, si smette (be', quasi).

Nemmeno il più brillante degli sceneggiatori avrebbe saputo scrivere questa storia, fatta di immersioni post-gara in vasca da bagno colma di ghiaccio, massacranti allenamenti con materiali di risulta, su campi sgarrupati, fra gli amici del quartiere, a pochi passi dalle spiagge più belle dei Caraibi. Ma anche di record mondiali, incredibili partenze, vittorie consumate con la leggerezza di un volo radente. Perché Bolt vola, e non c'è bisogno di chiedere in quale corsia si trovi, basta cercare il più alto di tutti: la testa che sporge di più è la sua, così come la gamba che taglia il traguardo per prima. Bolt vola, e i suoi compagni, atleti del suo stesso paese, ai quali ha tolto ogni possibilità di essere loro i più bravi, esultano. E in staffetta danno il meglio. Per sé. Per lui. Sarà forse il mare fra Montego Bay e Santiago de Cuba, a rendere questi ragazzi giamaicani così diversi. Sarà forse la vendetta dei figli degli schiavi del continente. Tutto sembra giocare contro Bolt: la statura fisica, le origini umili in un paese umile, l'indisciplina, l'infortunio alla caviglia che non guarirà mai del tutto, la tendenza a boicottarsi. Persino una scoliosi, diagnosticata in modo tardivo. Ma mentre guardi il film, e fatichi a seguire l'inglese della Giamaica, così gioioso in ogni consonante masticata, in ogni vocale africana, e ridi e ti ritrovi con lacrime di cui non capisci bene l'origine, non puoi fare a meno di chiederti se il campione Bolt esista nonostante o a causa di tutto questo. Senza mai perdere il contatto con la realtà, senza la minima traccia di un'euforia che, a fronte di tanto successo, sarebbe persino legittima.

La determinazione di quest'uomo sembra non avere niente di "razionale", ha a che fare con la sua identità e con la fantasia che il quindicenne della prima medaglia non ha mai perduto. Non a caso il suo obiettivo è soltanto uno: smettere. Dimostrare di essere il più bravo, dimostrare che avevi ragione a pensare di potercela fare, che sei in grado di battere anche il migliore, cioè te stesso, ripetutamente. E poi, avere il lusso di dedicarsi a qualcosa che è molto più importante che correre: la tua vita. Perché il lavoro è uno strumento, non un fine. La tua vita di ogni giorno, sì, nel tuo paese, fra la tua gente, e non a Montecarlo o alle vicinissime Cayman. Sottraendosi una volta per tutte all'invidia degli automi e alle impietose domande della stampa, costretta ad arrendersi al fatto che Bolt è così come lo vedi. Non ti nasconde niente. C'è qualcosa che ti torna, mentre segui da ignorante di sport una storia che non è solo sport, c'è qualcosa che risuona con l'essenza più profonda della vita di chiunque: l'apparente conflitto fra razionalità, tecnica, regola, controllo, ordine e disciplina da una parte, e allegria, fantasia, creatività, voglia di divertirsi, evasione, amicizia, amore, dall'altra. Un conflitto che in molti diventa tangibile e distruttivo, in altri invece, fra inciampi, crisi e nuove nascite, si risolve con un trattato di pace, una fusione di mente e corpo che vince sfide impossibili e che spesso ci si dimentica che ha un nome semplice: Umanità.

Francesco Troccoli

I am Bolt (2016, 90')
di Gabe Turner e Ben Turner. Con Pelé, Neymar, Serena Williams, Asafa Powell, Sebastian Coe (prod. Fulwell 73 in associazione con Doyen Global, distr. Universal Pictures Home Entertainment Content Group)