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Libri

La febbre di Antonio Gramsci

Intervista alla scrittrice tedesca Nora Bossong, autrice di 36,9° un romanzo uscito in Germania, che ha per protagonista il grande pensatore padre della sinistra italiana

Annalina Ferrante
domenica 16 ottobre 2016 19:31

Ho scoperto Nora Bossong - tedesca di Brema e residente a Berlino - nel 2015, quando fu invitata dal Goethe-Institut al reading europeo organizzato in occasione della Giornata mondiale della Poesia.
Poetessa, saggista e scrittrice mi aveva colpito per il suo forte interesse per il pensiero di Antonio Gramsci. Interesse nato quasi per caso a Roma, dove si trovava per un corso di specializzazione alla Sapienza dopo essersi laureata in letteratura comparata a Berlino.
Su Gramsci, la Bossong ha svolto un grande lavoro di ricerca e documentazione , anche grazie a una borsa di studio concessa dalla Casa di Goethe e il frutto recentissimo di questa mole di lavoro è un romanzo, uscito in Germania nell'autunno del 2015 da Carl Hanser Verlag dal titolo 36,9°. Protagonista, naturalmente, Antonio Gramsci.

«Il titolo - dice Bossong - indica la normale temperatura corporea. Nel romanzo Gramsci se la misura e la mette a protocollo in una lettera alla cognata. Sono gli anni, parecchi ormai, in cui vive nella prigionia fascista, è psichicamente e fisicamente provato, ma si aggrappa a questo piccolo momento di normalità: 36.9°». La lettera citata è quella alla cognata Tatiana Schucht del 24 agosto 1931, che fa da tramite tra lui e il mondo esterno perchè la moglie Giulia è tornata in Unione Sovietica.
Gramsci si trova nel carcere di Turi, in provincia di Bari, da tre anni.
Arrestato nel 1926 e condannato dal Tribunale speciale, il 4 giugno 1928, a 20 anni 4 mesi e 5 giorni di detenzione, l'8 febbraio 1929 il detenuto 7.047 ottiene l'occorrente per scrivere e inizia la stesura dei Quaderni del carcere. Ma le sue già precarie condizioni di salute si aggravano: soffre di disturbi digestivi, mangia poco ha frequenti emicranie e problemi respiratori. Il 3 agosto lo assale un'improvvisa e grave emorragia che - come lui stesso scrive gli farà sputare «una libbra di sangue». Nella lettera del 24 agosto, comunque, dice che si sente meglio e che la temperatura si è assestata, appunto, sui 36 gradi e 9.

Ma come mai un romanzo su Gramsci? Che cosa trova di attuale nel suo pensiero?
Gramsci non solo è stato uno dei maggiori intellettuali del ventesimo secolo, ma ha vissuto in prima persona gli eventi e le rivoluzioni del suo tempo, osservandole con molta precisione, sempre da una propria prospettiva. Vale anche per la rivoluzione russa e le sue conseguenze.
Trovo di grande attualità il suo pensiero sull'egemonia culturale ma anche le sue riflessioni sui subalterni, i gruppi sociali che scivolano via nel silenzio e che da oltre una generazione, si sono abituati alla mancanza di diritti. E' necessario infondere loro nuovamente una coscienza di sé. Il fatto che Gramsci fosse in grado di pensare l'unione tra politica e cultura lo rende, a mio avviso, una delle grandi fonte di ispirazione per il pensiero politico del ventesimo secolo. Inoltre ha vissuto una storia d'amore tanto affascinante quanto tragica con Julia Schucht e questa storia importante rappresenta il filo rosso del romanzo. In Germania quasi non lo si conosce più. Un buon motivo per dedicargli un romanzo affinché torni ad essere presente.

Come non essere d'accordo! Lei sa che negli ultimi anni, in Italia, molte sono state le pubblicazioni, i dibattiti e anche le polemiche su Gramsci, il suo rapporto con Togliatti, con l'URSS, i  quaderni dal carcere. Che ne pensa di tutto questo? Quando, per le mie ricerche, ho trascorso alcuni mesi a Roma, mi sono meravigliata di vedere quanto Gramsci sia ancora presente. Quando un pensatore è ancora al centro di polemiche, significa che le sue tesi e la sua figura sono ancora in grado di smuovere gli animi, che lo scambio intellettuale è ancora vivace. Meglio che vederlo trasformato in un monumento, qualcosa di dimenticato in qualche archivio universitario.

Quali sono state le sue fonti di documentazione?
Ho studiato in primo luogo i suoi scritti, le lettere, i quaderni e i saggi, ma anche le lettere che gli scrivevano gli amici più stretti, la moglie e anche la cognate, Tatjana Schucht. Poi sono state importanti anche le ricerche su di lui, quelle degli studiosi tedeschi come Peter Kammerer, o i classici come Giuseppe Fiori e Aldo Natoli, ma anche tesi più attuali come quelle di Franco Lo Piparo su un presunto quaderno scomparso, cosa che dal punto di vista scientifico non mi sentirei di assecondare, ma che gioca un ruolo importante nel mio romanzo.

Lei viene spesso in Italia e soprattutto a Roma. Come mai? Che cosa le interessa del nostro Paese e della capitale?
Per me Roma è da sempre uno luogo di fughe nostalgiche. Venivo già da bambina in questa città. Poi ho studiato un semestre a "La Sapienza" e sono sempre tornata per qualche settimana o qualche mese. Certo, la storia in questa città è così tangibile, molti non resistono di fronte alle sue bellezze. Ma c'è anche qualcosa di anarchico che sento, a differenza della Germania. Qualcosa che mi rende vitale ma che, a volte, mi fa anche un po' perdere la testa!

Annalina Ferrante