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Arte e cultura

Chet in the sky

Un appassionato monologo di Barbara Folchitto dona nuova vita al trombettista più famoso della storia. In scena al Cotton Club jazz club di Roma il 14 ottobre

Costanza Ognibeni
martedì 11 ottobre 2016 10:00

I tempi cambiano, le società si evolvono e ogni cosa assume un aspetto moderno, innovativo, che rifugge da tutto ciò che può sembrare antico, stantio o passato di moda.
Ma ci sono abitudini che gli esseri umani si tramandano dagli albori della civiltà; usanze alle quali non sono disposti a rinunciare e che non passeranno mai di moda, forse perché ciò significherebbe privarsi di una parte della loro identità. Raccontarsi storie è una di queste, e a ben pensarci, nessuna civiltà in nessun periodo ha mai potuto farne a meno. Gli uomini primitivi si riunivano intorno al fuoco per ascoltarle; oggi, con la stessa luce soffusa, ci raduniamo ai piedi dei palcoscenici per viverle attraverso generosi artisti che ce le raccontano mediante la propria capacità rappresentativa.

Questa volta la storia è quella di un famoso trombettista jazz, noto per la sua bravura, ma anche per il suo pessimo temperamento: poetico e in grado di trasmettere qualunque forma di bellezza attraverso le proprie note; violento, inaffidabile e attaccabrighe quando le luci della ribalta smettevano di illuminarlo.
È così che Chet Baker, a 28 anni dalla sua scomparsa, ha preso nuovamente vita attraverso la carezzevole e ironica voce di Barbara Folchitto, che in un coinvolgente e appassionato monologo ha narrato le vicende del trombettista più famoso della storia, alternando le parole alla sapiente tromba di Cicci Santucci e alla esperta chitarra di Daniele Cordisco.
Una vita raccontata attraverso l'intrigante intreccio con quella di un parente a lei stessa vicino; un uomo che ha speso i suoi anni per coltivare una passione, esattamente come fece Chet Baker, creando un'armonica contrapposizione tra due personaggi le cui storie rimangono strettamente connesse. Un monologo fatto anche di momenti di interazione con il pubblico che, poco esperto in materia, veniva continuamente messo a proprio agio e accompagnato passo per passo in una totale full immersion negli anni 60 e nei locali jazz dell'epoca: un'inevitabile immedesimazione supportata da un'atmosfera calma e ovattata dove, oltre alla musica, ogni elemento, dalle luci ai costumi, risultava ben intonato.
La narrazione, oltre che dalla musica, veniva intervallata anche da interessanti spunti di riflessione, come l'analisi dei pessimi comportamenti dell'artista, vissuti per la prima volta come contrapposti, anziché necessari, rispetto alle sue straordinarie capacità, mettendo così in crisi il modello dell' "artista maledetto".
Chet in The Sky si è tradotto, così, in novanta coinvolgenti minuti di puro teatro di narrazione, con una commovente sorpresa sul finale che, rivelando il motivo del titolo dell'originale rappresentazione, ha suscitato quell'emozione diffusa che rende impossibile fermare le mani dall'applaudire.

Costanza Ognibeni