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Arte e cultura

La potenza delle parole, dal peccato originale alla fantasia di sparizione

Le antinomie esaltano le potenzialità del linguaggio, riuscendo a esprimere anche l'invisibile. Fino a poter trasformare se stessi per cambiare il mondo.

Edoardo B. Drummond
sabato 4 giugno 2016 16:28

È a tutti noto che la capacità di usare il linguaggio articolato è una delle caratteristiche che distinguono l'essere umano dalle altre specie animali. Filosofi, linguisti, antropologi, medici e psicologi ancora discutono su quando sia comparsa nel corso della sua evoluzione e su come si sviluppi nel singolo individuo. Alcuni la collegano a cambiamenti avvenuti in un lontano passato nell'apparato fonatorio, altri sostengono l'esistenza nel tessuto cerebrale di strutture innate e comuni a tutti gli esseri umani, strutture che poi si specializzerebbero in seguito all'apprendimento di una particolare lingua.

Non sappiamo se e in che modo questa capacità sia legata ad altre, come quella d'inventare e fabbricare oggetti utili ma non esistenti in natura: dalle scarpe, all'ombrello, ai vasi, o ad arco e frecce, alla ruota e al pane, fino alla bicicletta, alla radio o all'aeroplano; oppure come quella, ancor più inspiegabile, di fare cose sprovviste di ogni evidente utilità pratica solo perché belle, come dipingere o suonare musica. Queste ultime sono sicuramente molto antiche: le pitture rupestri, ad esempio, risalgono a più di 40 mila anni fa, mentre il più antico strumento musicale, un flauto ricavato da un osso di animale, è datato intorno ai 30 mila. I primi tentativi di scrittura non compaiono invece che molto più tardi, più o meno 6.200 anni or sono. All'epoca, gli esseri umani dovevano parlarsi di sicuro già da molto tempo, ma questa loro attività non ha lasciato tracce che siano potute pervenire fino a noi, e così non siamo in grado di affermare con certezza se sia nato prima il linguaggio, l'abilità tecnica, la musica oppure la pittura.

Non è neppure chiaro se il linguaggio articolato sia stato un'esclusiva della specie Homo sapiens oppure se lo abbiamo condiviso con altre, ormai estinte, come il Neanderthal o l'ancor più antico Heidelbergensis, le quali pure mostravano tendenze artistiche e un'abilità manuale non trascurabile.
In natura, non solo i mammiferi, ma anche gli uccelli, i rettili e persino gli insetti utilizzano suoni per comunicare tra loro; quel che però distingue l'essere umano da tutti gli altri è la capacità di adoperare simboli e non solo segnali, la capacità cioè di associare in modo arbitrario e convenzionale a un particolare suono emesso (detto significante) un'idea o un'emozione (un significato).
La grande plasticità e la forza comunicativa di questo strumento sono già sorprendenti quando si tratta di indicare azioni concrete e oggetti materiali rilevabili ai sensi fisici. Nuove parole compaiono e si affermano ogni giorno, mentre altre, ormai invecchiate, cadono in disuso e finiscono per essere dimenticate. Intere lingue e culture possono scomparire nel corso dei secoli, mentre di nuove se ne affacciano in continuazione alla Storia, spesso senza che gli stessi parlanti lo vogliano o se ne rendano conto.
Il potere delle parole può assumere aspetti sconcertanti e talvolta paradossali allorché vengano impiegate per rappresentare ciò che non è direttamente percepibile dai cinque sensi o persino ciò che neppure concretamente esiste. I poemi epici ci testimoniano ad esempio di quanto le antiche divinità abbiano influenzato le azioni umane e, tramite esse, il corso della Storia. Ancora al giorno d'oggi un individuo vestito di bianco ci parla, in nome di un dio unico (che poi tanto unico non è), di Grazia e di Redenzione, pretendendo di condizionare coi suoi discorsi il nostro pensiero e il nostro comportamento.

Ma la capacità delle parole di rappresentare l'invisibile può raggiungere la sua massima potenza quando ricorre all'accostamento di termini che esprimono realtà evidentemente - o anche solo in apparenza - contraddittorie. Ne esistono svariati esempi moderni, e persino attuali, anche nell'ambito delle scienze esatte, come le "azioni a distanza" della fisica newtoniana (una di queste è l'arcinota e onnipresente forza di gravità) oppure il "dualismo onda-corpuscolo" della meccanica quantistica, cui si fece ricorso all'inizio del secolo scorso per descrivere il bizzarro comportamento della materia a scala sub-atomica. Nel primo caso, molti studiosi contestarono all'epoca la legittimità dell'introduzione di tale concetto ed altri sostennero che ad esso non corrispondeva alcuna realtà fisica, finché la teoria della relatività generale di Einstein dimostrò che se ne poteva benissimo fare a meno, rappresentando l'interazione gravitazionale come deformazione "geometrica" di uno spazio-tempo continuo. Anche nel secondo caso le polemiche durarono per decenni, poiché la doppia natura delle particelle quantistiche generava paradossi che ne rendevano problematica la comprensione. Sul tema sono rimasti celebri i ricorrenti dibattiti tra lo stesso Einstein e Niels Bohr. Gli indiscutibili successi pratici della meccanica quantistica finirono per sopire queste polemiche, ma ancora oggi esistono fisici i quali sostengono caparbiamente che tale formulazione non sia altro che una comoda ma ingannevole scorciatoia, in assenza di una vera "teoria scientifica" che possa spiegare adeguatamente i fenomeni [1].

Al di fuori dell'ambito scientifico, un caso fin troppo ben noto è quello del "peccato originale" che, introdotto nel racconto della Genesi, risulta essere, seppure in vario modo, comune alle tre "religioni del Libro". Nelle antiche società politeiste il concetto di "peccato" neppure esisteva, semmai veniva considerata la "hybris", la superba ribellione contro il volere di una divinità oppure contro il fato, e la conseguente punizione divina. Con l'avvento del monoteismo, il legame di fedeltà alla divinità diventa personale ed "etico". La trasgressione si trasforma in "peccato", una "colpa" che macchia in modo più o meno grave e più o meno indelebile l'individuo, ma che è in genere direttamente legata all'aver compiuto un'azione proibita o all'aver fatto un pensiero indebito. L'unica "geniale" eccezione a questo legame è costituita appunto dal peccato "originale", in cui il "peccato" non solo viene ereditato da una coppia di ipotetici progenitori che lo avrebbero commesso svariate migliaia di anni or sono [2], ma si tramanda ineluttabilmente (perlomeno nel mondo cristiano) di generazione in generazione con un "peso" diverso per l'uomo e per la donna. In un sol colpo (e per questo lo abbiamo definito "geniale"), esso serve da un lato a giustificare la prima, originaria e insuperabile disuguaglianza tra gli esseri umani, quella fra uomini e donne, che poi diverrà il fondamento e la matrice di tutte le altre disuguaglianze [3]; dall'altro a rendere necessaria l'esistenza di una classe di "eletti", i sacerdoti, con la funzione di mediare tra la divinità e i comuni mortali e di "amministrare" l'assoluzione dai peccati - amministrazione che ha sempre fruttato parecchio, a giudicare dal potere economico della Chiesa, nonché dal Giubileo straordinario indetto per quest'anno. Questa semplice "idea", pur senza corrispondere ad alcunché di concreto e reale, ha garantito per oltre due millenni a chi era in grado di gestirne il potere, una vita agiata a spese della comunità e una sostanziale immunità dal codice civile e penale. Lo si può constatare anche dalle scarse conseguenze degli scandali finanziari e di quelli relativi alla diffusione della pedofilia nel clero.

Nel 1972, una piccola casa editrice pubblica incautamente, nell'ambito di una collana dedicata a testi di argomento psicoanalitico, un volume dal titolo Istinto di morte e conoscenza [4], titolo che già di per sé sembra contenere un'antinomia [5]. L'autore, lo psichiatra dell'Analisi collettiva, Massimo Fagioli, vi propone, insieme alla sua teoria della nascita umana, alcuni nuovi concetti tra i quali quello, fondamentale, di "fantasia di sparizione", ed è stato egli stesso, in seguito, ad evidenziare come l'espressione sia costituita dall'unione di due termini di valenza contraria: la fantasia è infatti legata alla creazione di qualcosa di nuovo che prima non c'era, la sparizione comporta invece l'eliminazione (o la non percezione) di qualcosa di esistente. I due termini stanno tra loro come la vita e la morte, come l'essere e il non essere dell'Amleto di Shakespeare [6]. Poiché la "fantasia di sparizione" è una caratteristica esclusivamente umana, tale circostanza suggerisce che possa essere legata ad altre manifestazioni tipicamente umane, non ultima proprio quella che abbiamo definito "capacità di usare il linguaggio articolato".

Senza addentrarci nelle complesse conseguenze di questi collegamenti, notiamo però che la prima occorrenza della "fantasia di sparizione" si ha alla nascita, come reazione del neonato contro l'ambiente esterno inanimato, e in particolare contro la luce, stimolo per lui assolutamente nuovo. E poiché alla nascita non esiste alcuna realtà mentale cosciente, la "fantasia di sparizione" non può che essere una reazione "inconscia", e tale continuerà a rimanere anche nel seguito della vita. Possiamo allora evidenziare che l'espressione rappresenta un invisibile (un "non osservabile", come si direbbe in fisica), ma di valenza completamente opposta a quello, menzionato in precedenza, di "peccato originale": mentre quest'ultimo ha lo scopo di rendere schiavi gli esseri umani, destinandoli a una depressione incurabile per asservirli meglio allo sfruttamento e impedire ogni cambiamento sociale, la "fantasia di sparizione" permette di comprendere l'origine del pensiero dalla realtà biologica alla nascita; rende in tal modo inutile ed ingannevole l'intervento di uno "Spirito" esterno al corpo umano, superflua l'esistenza di un divino nei cieli, e intollerabile il mantenimento dei suoi rappresentanti sulla Terra.

Ma non solo: la "fantasia di sparizione" è quella che permette all'essere umano di separarsi senza danni da esperienze e rapporti negativi, che gli consente di superare vecchi modi di essere per realizzarne di nuovi, ovvero di "trasformare se stesso per cambiare il mondo" senza far ricorso alla violenza. È la premessa indispensabile perché possano coesistere l'uguaglianza - quella di tutti gli esseri umani alla nascita - e la libertà - quella di realizzarsi ciascuno a suo modo, emancipandosi dai condizionamenti del passato [7].
Negli ultimi mesi, sotto la spinta incessante della ricerca, anche la "fantasia di sparizione" sembra aver lasciato il passo a una nuova formulazione [8], a nuove parole [9], forse in grado di rappresentare in modo più puntuale la dinamica della nascita. Parole come: reazione, pulsione, vitalità, esistenza, tempo, movimento, suono... [10] Ma alla "fantasia di sparizione" bisognerà in ogni caso riconoscere di aver alimentato e tenuto ben viva la ricerca per oltre quarant'anni.

Edoardo B. Drummond

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[1] Uno di questi è Lucio Russo, si legga ad esempio La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna (1996), Feltrinelli 2001; in particolare al § 11.11 ove tratta del "principio di complementarità". L'autore si riferisce per la verità alla meccanica quantistica nella sua versione "vulgata", la quale però - afferma - gode di un certo credito anche tra gli addetti ai lavori (vedi la nota 3 a p. 431).
[2] Siamo tanto assuefatti all'idea di un "peccato originale" che la sua anomalia non risulta ai più neppure evidente: nessun altro "peccato" si tramanda dai genitori ai figli. Alcuni studiosi ritengono questo concetto sia il residuo di un'epoca in cui la "responsabilità collettiva" prevaleva su quella personale, ovvero prima della cosiddetta "età assiale" (quando in diverse parti del mondo si affermano i grandi imperi); cfr. Mario Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele (2003), Laterza 2005 (in particolare il paragrafo 10.4).
[3] Si veda, su "Babylon Post", E.B. Drummond, Uguale e diverso: dai calcoli degli antichi alla scienza della realtà umana; in particolare le ultime due sezioni, rispettivamente dedicate a "L'uguale nella Storia" e "L'uguale nella realtà umana".
[4] Massimo Fagioli, Istinto di morte e conoscenza (1972), L'Asino d'oro edizioni, 2010. La casa editrice cui si fa riferimento è Armando Editore, che pubblicò nel 1972 la prima edizione del libro. Successive edizioni vennero pubblicate dalle Nuove Edizioni Romane, mentre la ripubblicazione più recente è quella uscita per L'Asino d'oro, menzionata sopra. L'avverbio "incautamente" si riferisce alla manifesta incompatibilità tra la teoria della nascita e la psicoanalisi freudiana.
[5] Si veda, su "Left" n. 14 del 2/4/2016, Massimo Fagioli, La forza del pensiero di tre donne; in particolare il capoverso finale.
[6] Vedi, su "Left" n. 18 del 30/4/2016, Massimo Fagioli, Il risveglio non è uguale in tutti i poeti.
[7] Le due gambe della sinistra, come vengono chiamate nel bel libro di Elisabetta Amalfitano, Le gambe della sinistra, L'Asino d'oro Edizioni, 2014.
[8] Ciò non esclude che la fantasia di sparizione possa continuare a svolgere un ruolo di primo piano, specialmente nella prassi di cura e di modifica nell'esistente, così come evidenziato nel testo; tuttavia, al momento essa non sembra più essere un concetto "di punta" nella ricerca. Come scrive lo stesso Fagioli: «Fantasia di sparizione non c'è più. Dieci, dodici, quattordici... parole l'hanno cancellata dalla parola nascita che è connubio luce e sostanza cerebrale senza tempo» ("Left", n. 21 del 21 maggio). Ovviamente, come nell'ambito di qualsiasi ricerca, siamo ben consapevoli che idee e concetti possono sempre essere rivalutati e tornare a nuova vita.
[9] "Nuove parole" che iniziano a comparire su "Left" nel n. 10 del 5/3/2016: Sorgenti del tempo del fiume della vita. Come si può notare, esse non sono "nuove" nel senso di "inventate" perché prima inesistenti, ma perché nel contesto della ricerca assumono un senso nuovo, andando a collocarsi sui diversi aspetti della realtà non materiale umana che compare alla nascita.
[10] L'elenco completo sembra essere tuttora in divenire; la sua versione più recente: «Reazione, pulsione, vitalità, creazione, esistenza, tempo, capacità di immaginare. Forza, movimento, suono, memoria, certezza che esiste un seno. Fantasia, linea, volto, coscienza», si trova nell'articolo di Massimo Fagioli sul n. 23 di "Left" del 4/6/2016: Das Unbewusste non è nulla, non è male... è linguaggio.