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Tempo liberato

I bambini non sono tiranni

Castigare i bambini è utile, risponde Augias su Repubblica a un pediatra preoccupato perché non hanno senso del limite. L'inquietante dibattito commentato da una insegnante

Carla Gentili
giovedì 7 aprile 2016 16:57

Ieri ho portato i miei alunni al parco. Mentre godevo della loro contentezza mi continuavano a tornare in mente le parole "tirannia dei più giovani, bambini e ragazzi", frase letta su Repubblica in un dibattito che ha recentemente animato la rubrica di Corrado Augias [pubblicato a fondo pagina, ndr].
Essendo una docente e vivendo a strettissimo contatto con i più giovani, quel titolo - "Perché i genitori devono dire no" - mi aveva subito incuriosito. Ad oggi, avendo continuato a seguire il carteggio sul quotidiano, il senso di soffocamento è totale e voglio gridare quanto segue con la forza che i miei alunni mi trasmettono.

I bambini non sono tiranni: loro se ci vedono con gli occhi lucidi piangono, se siamo felici si appassionano, percepiscono subito la realtà interna vera degli adulti che hanno davanti e capiscono immediatamente se possono fidarsi o se li deluderemo alla prima occasione.
I bambini non sono tiranni: alcuni li vedo arrivare in classe tristi, stanchi oppure agitati, insofferenti ed angosciati. Hanno gli occhi grandi che qualche adulto cerca di spegnere. Inutile che io mi metta a fare lezione perché non riuscirei mai a farli appassionare allo studio e sostengo con certezza che a nulla serve un atteggiamento duro fatto di "no". Ogni volta la sfida nel voler capire cosa provoca sofferenza in ciascuno di loro e la risposta è sempre la stessa: è la tragedia degli adulti che hanno accanto - genitori o simili - che hanno perso la loro dimensione più bella. Sono madri o padri anaffettivi, assenti, distanti anni luce dal mondo delle emozioni autentiche e sincere dei loro figli. Adulti che hanno "dimenticato" di essere stati bambini anche loro.

Pertanto, in qualità di docente, ritengo che i termini della ricerca che ha animato il quotidiano Repubblica debbano essere totalmente capovolti e guidati da altre domande, quali ad esempio: A cosa reagisce questo bambino agitato? Perchè questa alunna arriva in classe così triste? Perché un ragazzo improvvisamente decide di non andare più a scuola? A cosa o meglio a chi si stanno ribellando questi adolescenti?
I bambini non sono tiranni, semmai sono spesso vittime della freddezza degli adulti che non sono in grado di "sentirli" nel senso di ascoltare le loro emozioni. Ecco la tragedia, duplice: molti adulti, oltre a far crescere delle nuove generazioni che ricalcheranno il modello malato della loro vita basata sulla freddezza e sulla razionalità, si perdono il mondo più bello, ossia la realtà interna dei bambini che rappresenta un oceano senza fine in grado di arricchire le giornate di quegli adulti che, fortunati come me, provano i brividi a vederli sereni e a volte non dormono la notte pensando a come fare la mattina seguente per inventare il meglio per loro.
I miei alunni non sono tiranni ed hanno occhi brillanti e pieni di gioia di vivere.

Carla Gentili, Born free

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Perché i genitori devono dire "no"

CARO Augias, sono un pediatra. Ho letto il bellissimo articolo di Massimo Recalcati ( Repubblica 27/03/16) che tra l'altro scrive: "Nessun tempo come il nostro ha mai esaltato così la centralità del bambino nella vita della famiglia. Non sono più i bambini che si piegano alle leggi della famiglia, ma le famiglie che devono piegarsi alle leggi (capricciose ) dei bambini... ". Quando incontro le famiglie per il controllo dell'anno di vita del bambino, ricordo sempre ai genitori l'importanza della ricerca da parte del bambino della sua autonomia, ma anche la necessità da parte dei genitori di educare, di mostrare autorevolezza (saper dire no, i no fanno crescere, dico). Ho anche letto su Repubblica un movimento di genitori sul web che chiedono l'installazione di videocamere per il controllo degli educatori. So che tali luoghi possono diventare teatro di violenze, vorrei però che i genitori riflettessero sulla loro crescente incapacità ad alimentare nei loro figli il senso del limite e del differimento della soddisfazione. Enrico Davalli

HO LETTO anch'io l'importante contributo di Massimo Recalcati pubblicato domenica 27. Il centro della questione è che molti adulti sembrano aver rinunciato al peso della loro responsabilità il che, in parole molto povere, vuol dire far capire ai bambini che non tutto è possibile, che, soprattutto, non tutto è possibile subito. Il che tradotto in pratica significa rinuncia al soddisfacimento di alcuni desideri; imparare l'attesa. Una corrente della pedagogia è andata diffondendo l'idea che la cosiddetta "educazione" altro non sarebbe che una mordacchia "imposta da genitori paranoici alla voglia di libertà dei figli". Estendendo il discorso, lo stesso principio si applica alla scuola che viene dichiarata sede di una "educazione forzata" (in assonanza con "lavori forzati"), macchina repressiva che spegne ogni creatività imponendo controllo e disciplina uniformi. Una delle conseguenze è il fenomeno, anni fa marginale oggi frequente, di chi rifiuta la valutazione degli insegnanti, l'idea che durante le vacanze sia vessatorio assegnare qualche compito; per non parlare di bocciature o provvedimenti disciplinari contro i quali c'è subito il ricorso al Tar. «Il mio bambino un asino? Ma io la rovino, caro lei!». Recalcati citava un saggio di Peter Gray pubblicato da Einaudi dal titolo eloquente: Lasciateli giocare.
Va bene, lasciamoli giocare; ma che cosa accadrà all'adulto al quale da bambino e da adolescente nessuno ha mai detto: fino qui è possibile, al di là no? I piccoli tiranni capricciosi sono preoccupanti; ciò che quei bambini diventeranno da grandi, in un Paese di non grandi tradizioni civili, lo è ancora di più. Nel bel romanzo di Edoardo Albinati La scuola cattolica (Rizzoli ed.) leggo queste parole: «I castighi sono utili a saggiare e a sviluppare la resistenza dell'individuo piuttosto che a vincerla, prove da attraversare, come fatiche di Ercole, facendo appello alle risorse che solo così, quasi con stupore, uno scopre di possedere [...] Un'iniziazione non può che essere, almeno in parte, dolorosa».

La Repubblica, sabato 2 aprile 2016