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Libri

Quando l'eucarestia è mafiosa

Alle radici dello storico rapporto tra Chiesa e mafia attraverso le ombre, ma anche le luci, delle testimonianze raccolte da Salvo Ognibene.

Augusto Cavadi
venerdì 12 giugno 2015 09:58

Le prese di posizione di papa Francesco contro la 'ndrangheta hanno, ancora una volta, riaperto l'annoso dossier dei rapporti fra Chiesa cattolica e organizzazioni criminali di stampo mafioso. Per rinfrescare la memoria su alcuni dati storici, e per aggiornare l'informazione su eventi recenti, può riuscire senz'altro utile il recente saggio di Salvo Ognibene, L'eucaristia mafiosa. La voce dei preti. Nonostante il sottotitolo, le persone intervistate non sono soltanto preti, ma anche una suora e alcuni laici; di particolare interesse la testimonianza di un collaboratori di giustizia, l'ex-'ndranghetista Luigi Bonaventura («Io mi sono rivolto ad un prete, che si chiama don Mariano, quando volevo collaborare e avevo dei contrasti con la mia famiglia. Più che invogliarmi cercava di scoraggiarmi. Durante questo percorso, e con tutte le difficoltà, mi sono rivolto anche ad altri preti, ma non c'è stato verso»).

Il quadro che emerge non è monocromo. Ognibene non nasconde né le ombre né le piccole luci evitando le demonizzazioni come le apologie d'ufficio. Cita infatti cecità, ritardi, connivenze di ambienti ecclesiastici, ma anche i casi di quei ministri di culto che vivono, prima di tutto, la funzione di pastori del gregge capaci di affrontare - per difenderlo - anche i lupi più rapaci. Se la diagnosi è abbastanza chiara, meno evidente l'eziologia: quali presupposti storici e teologici hanno reso possibili queste connivenze fra annunziatori del vangelo e utenti della lupara? Non si tratta di un'indagine oziosa: solo si decifrano alcune cause del fenomeno si può sperare di approntare delle terapie adeguate.

Un'indicazione, per così dire involontaria, l'ho trovata nelle dichiarazioni di un prete dell'Emilia-Romagna, monsignor Giovanni Silvagni: «Una certa difficoltà affinché nella comunità cristiana si infiltri qualcosa di meno limpido» va ricercata nel fatto che «la chiesa da noi è veramente un luogo di poco potere, poco giro di denaro, poco clientelismo, non è il luogo in cui si fanno le raccomandazioni. Oggi le raccomandazioni di un prete qui da noi non contano niente». Letta in controluce questa dichiarazione ci dice che le chiese meridionali sono appetite dalle mafie perché la secolarizzazione non le ha ancora abbastanza private di denaro e di potere clientelare. E che, in prospettiva, saranno meno inquinate da presenze mafiose man mano che perderanno potere economico e politico. Certo, sarebbe bello se questa spoliazione non avvenisse come conseguenza meccanica dell'evoluzione storica ma fosse accelerata dalla consapevolezza evangelica che l'unica ricchezza dei cristiani dovrebbe essere la forza della solidarietà con i più poveri e i più deboli della società.

In questa direzione, tra l'altro, vedrei la soluzione più saggia alla controversia sulla scomunica ai mafiosi. Come risulta anche dalle pagine di questo libro, alcuni la criticano dal punto di vista "buonista" (la Chiesa deve essere madre misericordiosa e non condannare nessuno); altri dal punto di vista "cinico" o "realista" (i boss se ne fregano di essere scomunicati). A mio avviso, bisognerebbe capovolgere il punto di vista e chiedersi come fare in modo che i mafiosi si scomunichino da sé: come fare in modo, intendo, che essi si allontanino dalle chiese e dalla sacrestie. La risposta è di nuovo la stessa: rendendo le comunità cristiane talmente pacifiche, talmente lontane dagli affari economici e dagli intrallazzi elettorali, da renderle poco appetibili per i criminali. Una chiesa libera e fraterna apparirebbe alle mafie non un modello gerarchico da imitare, ma un luogo di matti da evitare con cura.

Augusto Cavadi

L'eucaristia mafiosa. La voce dei preti
di Salvo Ognibene
Navarra, Marsala 2014, pp. 126, euro 12


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