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Arte e cultura

Mike Watson: senza meritocrazia non c'è cultura

Come dare nuovo impulso alla valorizzazione del patrimonio artistico italiano? Il corrispondente di Frieze Mike Watson risponde ad Alessio Ancillai: guardando all'estero.

Lo Stato dell'Arte
giovedì 6 novembre 2014 17:20

Dalla introduzione di Alessio Ancillai: ....Se avesse in mano le chiavi del ministero dei Beni culturali o di un assessorato o di una soprintendenza e se le dicessero che la rinascita del Paese o della sua città dipende dall'Arte e dalla capacità di tutelare e far emergere il talento dei nostri artisti contemporanei, da dove inizierebbe a intervenire? Ed in particolare, per risolvere il "caso clinico" di Roma cosa proporrebbe?

MIKE WATSON Visto il successo di altri Paesi nel fornire un programma culturale libero ed inclusivo, potrebbe essere una buona idea mandare un panel di italiani scelti da un ampio segmento della società, così come professionisti di avanguardia ed artisti di ogni livello, in un viaggio di ricerca in una sezione di altre nazioni (ad esempio Inghilterra, Finlandia, Olanda) per capire come le cose sono fatte in maniera differente. Nel fare così, mi aspetto che scopriranno che una mancanza di meritocrazia è al centro dei problemi all'interno del sistema Italiano, e Roma non fa accezione. Devono essere fatti sforzi per ampliare il background di classe ed etnico dei professionisti dell'arte da ogni livello e questo richiede una maggiore trasparenza nella selezione degli impiegati e migliori paghe per tutti i lavoratori del mondo dell'arte.

Peraltro questo problema non è tra quelli contro cui si può legiferare. Mentre sforzi positivi sono stati fatti nel Regno Unito per costruire una forza lavoro più meritocratica obbligando le agenzie governative ad impiegare una certa percentuale di lavoratori di minoranze etniche, è più difficile legiferare al riguardo in termini di classi. È il caso di cambio di abitudini ed il senso di protezionismo che porta le persone a reclutare dalle proprie amicizie e gruppi sociali. Un modo per migliorare questa attitudine sarebbe quello di promuovere una serie di workshops nei quali il processo di reclutamento ed il processo di selezione degli artisti per un'esibizione sia esaminato apertamente con i professionisti dell'arte in chiave decisionale che creano occupazione, a cui venga chiesto di esaminare le loro scelte di reclutamento in collaborazione con artisti e studenti delle università e delle accademie. Da questa esperienza potrebbe essere sviluppato un modello di best practice nel reclutamento.

Riguardo Roma, l'istruzione è al centro e gli artisti hanno bisogno di un ambiente dove confrontare criticamente il loro lavoro con altre persone. Riguardo all'arte contemporanea forse un'istituzione (il MAXXI?) potrebbe fornire uno spazio una volta a settimana per gestire un corso gratuito di arte contemporanea che si basi sulla condivisione dei metodi di lavoro degli artisti. Se ognuna delle principali gallerie di arte spingesse gli artisti a partecipare a questi seminari di gruppo, con altri artisti esterni che vangano incoraggiati a partecipare, il livello generale verrebbe alzato con il confronto tra artisti affermati ed outsider.

In tutti i casi è necessario che lo Stato intervenga per far sì che il mondo dell'arte si impegni in ricerca, workshops e seminari che portino esperti, manager dell'arte e pubblico a guardare al di là del loro circolo abituale. Lo scopo di questi interventi è quello di rompere la natura parrocchiale dell'arte mettendo insieme diverse realtà e ponendo domande difficili, che richiedono una autoanalisi critica da parte degli italiani per indicare cosa è che porta culturalmente e psicologicamente al sistema chiuso e, tristemente, classista che vige qui in Italia. Si tratta anche di strategie a costo relativamente basso, che non implicano l'emanazione di alcuna legge ma promuovono un cambiamento di abitudini profondamente radicate.

Mike Watson, filosofo, curatore indipendente e corrispondente della rivista d'arte Frieze