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Arte e cultura

Noemi Ghetti: nel pensiero religioso il virus che attacca ogni idea creativa

Come dare nuovo impulso alla valorizzazione del patrimonio artistico italiano? La scrittrice e storica della lingua Noemi Ghetti risponde al quesito di Alessio Ancillai.

Lo Stato dell'Arte
mercoledì 6 agosto 2014 16:34

Diego Velázquez, Venere e Cupido (1648 ca.)
Diego Velázquez, Venere e Cupido (1648 ca.)

Dalla introduzione di Alessio Ancillai: ....Se avesse in mano le chiavi del ministero dei Beni culturali o di un assessorato o di una soprintendenza e se le dicessero che la rinascita del Paese o della sua città dipende dall'Arte e dalla capacità di tutelare e far emergere il talento dei nostri artisti contemporanei, da dove inizierebbe a intervenire? Ed in particolare, per risolvere il "caso clinico" di Roma cosa proporrebbe?

NOEMI GHETTI
Che la fortuna di uno Stato dipenda dall'Arte e dalla capacità di far emergere il talento degli artisti è un pensiero che fino alla Rivoluzione francese per secoli caratterizzò le signorie rinascimentali e le grandi monarchie europee, oltre naturalmente la Chiesa di Roma. Il mecenatismo di papi, duchi e re, che contendevano per accaparrarsi i più grandi artisti e letterati, era il segno più manifesto del potere. Salvo poi nascondere tra le pieghe la strenua lotta con i più irriducibili per piegare il loro talento alle proprie esigenze di immagine e propaganda, coartandone la libertà di espressione.

Platone escludeva dalla sua Repubblica ideale gli artisti, ciarlatani che inventano cose che non esistono, con la presunzione di una creatività considerata dal logos e poi dal cristianesimo prerogativa della divinità. Imitazione di imitazione, l'arte fu condannata alla raffigurazione tutt'al più idealizzante della natura, che a sua volta sarebbe copia imperfetta e corruttibile delle idee eterne che esistono solo nell'iperuranio. Iniziava in tal modo la storia del realismo, che da 2500 anni domina l'arte occidentale, a differenza delle arti orientali, o di quelle africane, che dalla metà dell'Ottocento tanto attrassero l'attenzione degli artisti europei.

Gli esordi della rivoluzione messicana del 1910 e di quella russa del 1917 furono caratterizzati dal forte legame con le avanguardie artistiche. Ma l'inedito fenomeno durò pochi anni. Nell'URSS staliniana l'involuzione delle speranze rivoluzionarie procede di pari passo con la drammatica persecuzione degli artisti che - vorrei ricordare - si accompagna sempre e ovunque all'oppressione delle donne, portatrici con gli artisti di un irrazionale dai tempi della Bibbia giudicato pericoloso ed eversivo.

Il pregiudizio nei confronti dell'arte non figurativa contemporanea, e anche dell'architettura, è particolarmente radicato in Italia, dove a mio parere la libera espressione è tenacemente condizionata dalle secolari necessità di egemonia culturale della Chiesa cattolica. Le vicende di grandi artisti del passato, da Machiavelli a Michelangelo, da Caravaggio a Galileo, lo testimoniano. Il Concordato del 1929 tra Stato e Chiesa - rinnovato nel 1984 - dopo la perdita del potere temporale del 1870, sanciva la perdurante ipoteca religiosa sullo stato laico. In particolare sull'istruzione pubblica e più estesamente sulla politica culturale del Paese.

Il monumento di Giordano Bruno sul luogo del rogo, dove l'irriducibile pensatore degli "infiniti mondi" e soprattutto della "materia sensitiva" morì, non cessa di ammonire. A Roma le vicende seguite alla ricostruzione su progetto di Meier dell'edificio che custodisce l'Ara pacis accanto al mausoleo abbandonato di Augusto possono servire da esempio. Luogo da allora assai frequentato, al pari del piazzale del Maxxi e come accade in tutte le capitali europee, da allora attira cittadini e turisti invitando alla sosta, all'incontro, al gioco. Ma la sua costruzione suscitò violente polemiche per l'oltraggioso muro prospiciente la facciata di una chiesa, di cui ridurrebbe la vista dal corridoio automobilistico del Lungotevere.

Da dove comincerei se potessi? Parlo da cittadina, da studiosa della lingua e da docente. Lo smantellamento della sciagurata riforma Gelmini sarebbe a mio vedere una delle priorità. Occorre ripristinare anzi rinnovare radicalmente l'insegnamento della storia dell'arte nelle scuole, sottoposta a pesanti tagli. Una formazione che fin dalle scuole elementari preveda l'educazione alle arti figurative, alla musica, al cinema. Nei musei spagnoli capita di vedere frotte di bambini delle scuole materne seduti ai piedi dei capolavori del Novecento con album e matite. Da noi a casa e/o a scuola i bambini sono spesso educati a ritenere "brutta" l'arte e l'architettura contemporanea, e non esistono nel nostro vocabolario neppure le parole per parlare di un'arte diversa dalla figurativa.

Perché "informale" e "astratto" nel nostro vocabolario sono termini poveri se non equivoci, spesso gravati di connotazioni negative. Come se fossero avvolti da nuvole nere, oppure fluttuanti nel vuoto. Viziati di razionalismo o di spiritualismo, negano il valore dello sguardo soggettivo sul mondo, quella capacità di immaginare originaria che costituisce la creatività dei veri artisti, e la specificità per nascita di ciascun essere umano. In Italia, come Gramsci scriveva nella solitudine del carcere, la «quistione cattolica» ha il suo caposaldo nella secolare «quistione della lingua». Anche da qui occorre ripartire.

Noemi Ghetti, scrittrice e storica della lingua e della letteratura italiana